Domanda:
DATO CHE L'APPLICAZIONE DOVREBBE ESSERE LA "MADRE" DEI
KATA, CHE FINE HANNO FATTO LE APPLICAZIONI DICIAMO ORIGINALI?? SI SONO PERSE NEL TEMPO??
Risposta:
Il kata è l'anima dell'arte marziale.
Tutte le arti, sebbene patrimonio dello spirito ed espresse da
emozioni,hanno la loro espressione "pratica": la musica ha la
sinfonia, la pittura ha il dipinto, la scultura ha la statua. Le
arti marziali hanno il kata.
Il kata è un patrimonio inestimabile della cultura dell'arte a
cui appartiene: molte volte appare diverso da come effettivamente
è, contiene informazioni nascoste che si rivelano soltanto dopo
anni di pratica severa e guidata da un Maestro che abbia a sua
volta effettuato un percorso serio e profondo.
E' famoso l'episodio leggendario di Michelangelo che, terminata
l'opera massima della sua vita, scagliò contro il frutto della
sua arte il martello urlando: "perchè non parli !". Ritengo che
questo episodio, seppur valutato nel nostro caso con molta umiltà
e scevro da presunzioni, renda effettivamente l'idea di che cosa
sia l'applicazione del kata: il colloquio con la nostra opera.
Attraverso le varie fasi dell'applicazione (bunkai, ohio,
goshindo), impariamo a capire il kata, ne percepiamo il
"respiro", scopriamo l'importanza assoluta di gesti che
apparivano insignificanti.
Instauriamo una sorta di "transfert" con il kata stesso e con il
suo ideatore, capiamo che cosa lui voleva trasmettere e che cosa
avrebbe voluto che i suoi successori capissero dagli affascinanti
gesti millenari.
Da una forma di applicazione elementare e spesso giudicata
banale, passiamo a fantasie dettate dalla nostra abilità e
condizionate dalle nostre preferenze tecniche e gestuali: siamo
bravi a calciare? bene, nell'applicazione inseriremo le tecniche
di gamba anche dove non sono evidenti; abbiamo trascorsi da
judoka o da aikidoka? ok, ci troveremo ad essere generosi di leve
e proiezioni, qualcuno troppo spirito, qualcun'altro troppa
forza....e così via.
Poi, con il passare degli anni di pratica, la maturità, la
guida e l'esperienza, tutto questo ci apparirà scontato, banale
(ma come, non era banale la semplicità??) e torneremo a
riscoprire una applicazione semplice ed apparentemente
elementare: ma quanto e quanto di più ci sara' nella semplicità
del gesto, ridivenuto semplice dopo anni di lavoro complicato, di
calci alti al viso, di leve che comportano rotazioni e passaggi
difficilissimi!
Forse le applicazioni "originali" tramandate dai grandi maestri
apparivano semplici e banali, ma...l'apparenza inganna!
Consentiamoci ancora un paragone presuntuoso: al grande Giotto
chiesero una "applicazione" della sua arte. Lui, che avrebbe poi
effettuato affreschi di straordinaria bellezza, fece un cerchio
sul muro!
L'IMPORTANZA DELLO "STILE"
Il karate è una delle poche arti orientali in cui si
distinguono.i praticanti per "stile", ed è difficilissimo
incontrare un karateka che non sottolinei l'appartenenza della
sua scuola ad uno "stile" piuttosto che ad un altro.
Questo fatto, innegabile e radicato, può apparire
come un controsenso alla unità della disciplina, ed addirittura
interpretato come un desiderio di diversificare e classificare i
praticanti.
Ma forse, analizzando a fondo il problema, ci si accorge che non
è così.
Innanzitutto chiariamo il concetto di "stile". Siamo
propensi ad identificare erroneamente con questo termine le
diverse scuole: infatti nella terminologia classica giapponese si
identifica nel kanji "RYU" il metodo di Karate di un
determinato Maestro o della sua scuola.
Quindi non si tratta di "stili" diversi di una
stessa scuola, ma di scuole diverse, di metodi diversi. Lo stile
lo possiamo intendere come il modo di interpretare un certo gesto
da parte di una persona, per cui possiamo avere un interprete
della stessa scuola che pratica con il "suo stile".
A fronte di questa considerazione possiamo quindi
sottolineare come la nascita delle diverse RYU sia frutto di
necessità fisiche, culturali, sociali, ambientali e geografiche,
senza dubbio ricche di fascino ed importanza.
Il praticante neofita, naturalmente, non si pone il
problema dell'appartenenza ad una certa scuola, o di praticare un
metodo di Karate piuttosto di un altro, ma con il passare del
tempo e l'aumento delle sue conoscenze tecniche e culturali
dell'arte inizia a sentirsi parte integrante della sua RYU, ne
diviene paladino, ambasciatore e testimone, inconsciamente ne
condivide le piccole o grandi differenze dalle altre scuole, ne
giustifica le imperfezioni e ne esalta le qualità, è gratificato
dal praticare circondato da persone che condividono la sua
scelta. In parole povere ne subisce il fascino.
Mentre agli albori del karate italiano la differenza
tra i metodi era molto sentita, negli ultimi anni, grazie
anche alle formule di gara "interstile" di kumite e kata,
questa rivalità si è affievolita ed il confronto tecnico tra i
diversi praticanti ha
indubbiamente contribuito ad un miglioramento del karate
in generale.
Ritengo però indispensabile, per rispetto e continuità della
tradizione, mantenere vive le rispettive peculiarità gestuali
tipiche di ogni scuola, particolarmente nella trasmissione
dei kata così come sono stati codificati dai rispettivi Maestri
capiscuola, poiché, tentando di unificare i gesti e le tecniche
si rischierebbe inevitabilmente di togliere al karate una delle
sue caratteristiche fondamentali che, assieme ad altre
motivazioni, gli hanno permesso una diffusione senza eguali
nel mondo.
LA COMMISSIONE NAZIONALE SHOTOKAN
La Fesik, cosciente dell'importanza e del valore di quanto
affermato precedentemente ha incaricato le Commissioni
Tecniche specialistiche di ogni scuola di provvedere al
recupero dei valori tradizionali della disciplina, con
particolare attenzione agli aspetti culturali, sociali, formativi
e filosofici del karate tradizionale, così come tramandati dai
maestri fondatori.
In questo contesto riveste particolare importanza la
Commissione Nazionale Shotokan, che si occupa della
scuola maggiormente diffusa in Italia.
La Commissione Nazionale Shotokan è composta da un
presidente e da tre membri dislocati in maniera logica sul
territorio nazionale. I compiti della Commissione sono
prevalentemente di natura didattica e particolarmente
dedicati alle fasce amatoriali e non agonistiche.
La Commissione opera in armonia e spirito di
collaborazione con le altre componenti tecniche della
Federazione, ovvero la Commissione Tecnica Nazionale, lo
staff degli allenatori e la Commissione Nazionale Arbitri.
Provvede a diffondere la storia originale del karate e dei kata
caratteristici della scuola, studiandone le origini e le
trasformazioni. Propone nuove metodologie di allenamento
al karate tradizionale, tenendo conto delle moderne
conoscenze cinesiologiche e motorie, eliminando gesti o
posizioni dannose ai fini fisici, mantenendo comunque
inalterata la filosofia tecnica originale.
Rivede in veste moderna l'applicazione dei kata tradizionali,
partendo dal BUNKAI classico e spesso banale per arrivare
a forme di confronto veramente applicabili alla difesa
personale, vero scopo finale dell'applicazione del kata.
Collabora al miglioramento tecnico generale, in particolare
a quello degli insegnanti, fornendo loro nuove strategie di
allenamento e nuovi elementi culturali da utilizzare poi nelle
rispettive realtà locali. L'obiettivo è quello di innalzare la
qualità degli insegnanti con evidente beneficio per tutti i
praticanti e per la Federazione stessa.
La Commissione Shotokan non riveste compiti di tipo
agonistico (se non relativi all'interesse proprio di ognuno
dei suoi componenti nella propria Società), ed
istituzionalmente non è tenuta ad approfondire metodologie
e tecniche di gara. I suoi compiti sono assolutamente
dedicati al karate tradizionale inteso come forma di
miglioramento psico fisico, quale movimento culturale e
sociale, circostanze in cui l'aspetto agonistico riveste un
ruolo relativamente poco importante.
Nei contesti federali ove siano impegnate nella docenza
tutte le componenti tecniche dell'organigramma centrale, la
Commissione Shotokan integra, dal punto di vista
tradizionale, quello che la Commissione Tecnica propone
quale obiettivo dell'aggiornamento, indicando origini e
motivazioni storiche, nonché illustrando l'applicazione delle
tecniche alla difesa personale.
Come i kata sono affrontati dal punto di vista culturale e
storico e non viene trattata la esecuzione agonistica, così il
kumite è visto sotto il profilo di esercizi preparatori (Kihon
Kumite, Jyiu Ippon, Nidan Henka ecc..) o come mezzo di
verifica delle proprie attitudini e di scoperta dei propri limiti
(Mushin, vincere o morire).
Ovviamente ogni componente della Commissione Shotokan
ritiene indispensabile per il successo della federazione
sostenere con veemenza il settore agonistico e,
relativamente alla competenza specifica, è a disposizione
della Commissione Tecnica per soddisfare ad ogni incarico
che la stessa ritenesse di affidargli.
Meditiamo gente, meditiamo................ grande Sem!!!!!!!!