
CULTURA
di Ilio Semino
“...Linee morbide, sinuose, forti, energiche, aspre,
sembrano disporsi casualmente nello spazio, in libertà.... Ad uno sguardo più
attento subito appare evidente un ordine di composizione; emergono rapporti di
pieno e vuoto, armonici o contraddittori, si percepisce un ritmo, un fluire dei
gesti, una variabilità della forza e ancora qualcosa d'altro: ciò che i Cinesi
indicano con il termine SHENYUN e che tradotto letteralmente significa
“affascinare lo spirito”...”
Parole che potrebbero sembrare una poetica illustrazione di
una gestualità relativa ad un kata del karate, sono invece uno stralcio della
presentazione di un’opera di SHO, di una calligrafia, così come il maestro
Norio Nagayama la presenta in uno dei suoi libri.
In Occidente la parola calligrafia riporta alla mente la
minuziosa opera di ricopiatura di testi antichi eseguita dai famosi monaci
specializzati, oppure le interminabili ore trascorse dai nostri padri con
pennino e calamaio a ripetere infinite volte le lettere dell'alfabeto in “bella
calligrafia”, che ritroviamo nelle firme autografe dei nostri nonni, tutte
svolazzi e ghirigori. Comunque nulla che possa avvicinare lo scrivere al
dipingere.
In Oriente la calligrafia è un esercizio legato alla
pittura, e quindi una espressione artistica e, ancora più avanti, una pratica
di vita, un “DO”, lo Shodo.
Ed è proprio con questa introduzione all'arte della
calligrafia, così affine alle arti del Budo, che vorremmo iniziare una serie di
approfondimenti su alcune parole fondamentali della cultura tradizionale del
BUDO, avvalendoci dello studio compiuto da Dave Lowry ed espresso nel suo
“Sword and Brush. The spirit
of the Martial Arts”.
Per dovere di logica inizieremo dal termine DO: via
La Via in principio è incomprensibile. Anche i passi
iniziali sono avvolti nella nebbia. Gli obiettivi verso i quali la Via conduce
sono come irraggiungibili cime di montagne avvolte da scure nubi di temporale:
impenetrabili ed irraggiungibili.
Questo è giusto: poiché vedere troppo chiaramente quale sarà
l'arrivo e quante difficoltà si incontreranno per raggiungerlo potrebbe creare
sfiducia ed abbandono.
Le certezze arrivano più tardi: il viandante che si è
incamminato nella Via ha affrontato un viaggio che propone continue sfide e
verifiche, ma che offre ricompense superiori a quanto ci si fosse aspettato
alla partenza.
Seguendo la Via il viaggiatore capisce di essere diretto
verso un obiettivo che, sebbene rimanga misterioso, è colmo di fascino.
Non è una strada da percorrere in senso fisico, è un viaggio
della mente, dello spirito, e nell'accezione finale, anche dell'anima. La
filosofia cinese del Tao (DO in giapponese) stimola il praticante a vivere una
esistenza sintonizzata sulle lunghezze d'onda della natura.
Il tratto dello “shodoka” che disegna l'ideogramma DO è
composto dal pittogramma che indica “principale”, “fondamentale” con quello che
significa “movimento”. Possiamo quindi affermare che DO significhi “strada
importante”, una VIA da seguire in armonia e sintonia con le difficoltà che
l'universo suggerisce, un sentiero lungo il quale scoprire l'unicità degli
elementi della vita.
E' pur vero che il DO può potare all'arte, avere un valore
pratico, ma lo scopo finale della Via è il percorso: fare una cosa non per il
risultato, ma impegnarsi perché facendola ci liberiamo dagli impedimenti
indotti dal nostro ego limitato: il narcisismo, l'egocentrismo, i timori ed i
dubbi che rendono povera la nostra vita quotidiana. La Via ci conduce nella
dimensione in cui domina il nostro ego potenziale. L'autorealizzazione, il
controllo, la ricerca della perfezione.
Il Do è aperto a tutti coloro che possiedono la
determinazione ed il desiderio di percorrerlo; il Do trascende dallo specifico
ed assume un contorno generale, quindi si possono scegliere moltissime discipline
per percorrerlo: la cerimonia del tè (chado) l'arte di disporre i fiori
(ikebanado), la calligrafia (shodo)....ciascuna di queste discipline è un
sentiero della Via.
Il budoka sceglie la via del combattimento, che lo porta ad
un immediato confronto con i conflitti fondamentali della realtà: la vita e la
morte, il dolore ed il piacere, i problemi temporali e quelli spirituali.
La via marziale richiede coraggio, resistenza morale ed
emotiva, coscienza sociale e capacità fisiche. Queste qualità saranno messe a
dura prova durante il percorso, purificate e rafforzate e porteranno il
viaggiatore che le possiede, molto lontano.
Qualcuno ci scoraggerà, dicendo che la Via è una pratica
ingenua, fuori dai tempi o idealistica. Noi proseguiremo nel cammino perché
sappiamo che altri prima di noi lo hanno percorso, perché l'immutabile
direzione della Via ci attrae e ci chiama. Andremo avanti perché, come dice
l'ideogramma DO, questa è la strada principale che si deve percorrere. E ci
porterà ad un luogo degno di essere raggiunto.
BU: Marziale
In oriente, fino dai tempi più antichi, il simbolo classico
del guerriero è stata la lancia. La lancia è rimasta ideograficamente presente
in molti kanji.
Ed è proprio la lancia la radice principale dell'ideogramma
“BU”, ideogramma che viene utilizzato moltissimo come prefisso di numerose
altre parole che riguardano prevalentemente argomenti legati alle arti di
combattimento. La troviamo in BUSHI, guerriero, in BUDO, insieme delle arti
marziali, BUGEI, capacità marziale, e così via.
Appare abbastanza logico che la presenza di una lancia in un
pittogramma rimandi all'idea di qualcosa di militare, ma osservando
l'ideogramma BU si nota che i tratti di pennello vanno a raffigurare il
concetto di “fermare una rivolta”. Possiamo quindi dedurre che l'intero
carattere si possa tradurre con “impedire una rivolta usando un'alabarda”.
Certamente gli eserciti al servizio dei signori erano, nel
periodo feudale giapponese, molto impegnati a sedare sommosse ed insurrezioni;
non a caso i guerrieri (bushi) erano gli unici a potersi permettere
l'appartenenza ad una casta ben armata. Così come nei periodi di splendore e di
cultura consentivano il rispetto dell'ordine, nei periodi di conquista
reprimevano e avvilivano lo spirito del paese.
Non a caso l'alabarda giapponese “yari” illustrata nell'ideogramma BU,
utilizzata come arma da battaglia sul campo e non per essere lanciata,
presentava il doppio taglio e poteva essere utilizzata per colpire di punta e
con fendenti da ambo le direzioni: come a dire che l'arte marziale può essere
utilizzata fin di bene o per scopi meno nobili.
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