Dojokun, o GI (DHARMA)


Per tanti praticanti di karate il dojokun viene inteso come un'insieme di regole alle quali "bisognerebbe" attenersi, uso il condizionale in quanto molto spesso il primo a non rispettarle è lo stesso "maestro", ma che siccome sono state prodotte in un contesto ed epoca diversa non possono essere adottate ai tempi odierni e pertanto non rispettabile.
In alcune scuole di karate tradizionale il dojukun viene fatto ripetere ad alta voce da tutti gli allievi al termine di ogni lezione.
Il significato di tali frasi è oramai noto a tutti, ma non si è ben compreso quali sono i motivi per cui in alcune scuole si insiste su questa prassi che ammalia i praticanti e li avvolge in una mescolanza di tradizioni filo religiosa ma che si ferma alla pura "teoria ".
Senza dare gli strumenti per capire e anche criticare un' insieme di regole è come dare un arma in mano ad un bambino senza spiegargli come funziona e sperare che questo la usi nel modo giusto, senza ferirsi o ferire altra gente.
Nella pratica del karate, come in tutte quelle attività artistiche dell'uomo dove è contenuto il messaggio di miglioramento spirituale e mentale, per far sì che questa qualità essenziale diventi non solo sistema dottrinale e retorico, occorre soddisfare alcune idee di principio scientifico, filosofico, e nel caso del karate, marziale.
Il dojokun così come impostato, secondo la mia idea razionalistica particolare, ha tutti i presupposti per non essere "rispettato".
L'imposizione, da parte del Sensei, di tale regola comportamentale obbliga l'adepto ad accettare la tradizione come qualcosa di comparato ma incomprensibile dal punto di vista razionale, in quanto alcune tradizioni sono del tutto tipiche del luogo dove si sono formate, infatti queste regole se portate fuori da tal contesto sociale sono inapplicabili e inconcepibili.
Secondo il mio punto di vista ci sono due atteggiamenti basilari nel rispetto delle tradizioni: la si può accettare "dogmaticamente", oppure cercare di conoscerla a fondo, capirla e magari "adattarla" alle nostre convinzioni, citando Karl R. Popper "il cosiddetto processo di liberazione è in realtà soltanto il passaggio da una tradizione a un'altra. Siamo tuttavia in grado di liberarci dai tabù di una tradizione, e possiamo farlo non solo rifiutandola, ma anche accettandola criticamente. Ci liberiamo da un tabù se vi riflettiamo, e ci domandiamo consapevolmente se dobbiamo accettarlo o rifiutarlo".
In un contesto sociale quale il nostro, sarebbe, a mio parere, molto più conveniente studiare e cercare di applicare altri aspetti fondamentali che possiamo definire "virtù" le quali possono trovare terreno fertile anche in una società cattolica e laica e consumistica come la nostra.
Le virtù adattabili a tale scopo sono:
  • JIN o DHARMA ( sensibilità e altruismo, rettitudine)

  • REI ( l'etichetta , il codice comportamentale)

  • CHI ( la saggezza)

  • SHIN (la sincerità)

  • Il compito del Maestro di karate che insegna, oltre alla mera tecnica anche virtù marziali, è quello di fare capire che l'idea di Gi, alquanto formale nel nostro contesto odierno, può diventare rilevante se applicato a JIN, la sensibilità umana, queste due componenti si fanno molto più tangibili e praticabili, anche nella nostra società, se congiunte e fatte capire possono diventare determinanti nella formazione marziale, culturale e umana del praticante.
    Nell'antico Giappone il Dharma era un termine guerriero che eleggeva la natura umana ad un livello superiore, ma la rettitudine è anche per noi occidentali il fondamento dell' etica umana, di conseguenza esiste come substrato culturale è pertanto può essere capito ed accettato anche da noi.
    In una società come la nostra dove il valore troppo spesso viene confuso con la materialità dell'avere, per l'essere umano l'affermazione di sé, senza il raggiungimento della trascendenza, cessa di essere esistenza.
    Se si assolutizza il dojukun come verità onnicomprensiva si solleva l'incognita dei fenomeni che compaiano quando si cerca di "inculcare" dei concetti filosofici e culturali non adeguatamente compresi e accettati, alimentando allo stesso tempo un rigetto impensato che annulla l'efficacia del valore stesso delle virtù morali del dojokun creando nel nostro sussistere una battaglia che va contro il nostra volontà di capire e esprimere.
    Ritengo dunque che se il dojukun viene preso in pieno toto diventa inapplicabile alla nostra realtà, e pertanto non rispettabile, mentre è sicuramente lodevole fare assaporare piano ma con verità le virtù che compongono tale regola al fine di fonderle alla nostra cultura.

    CiroV


    KARATE DOJO TAKAHASHI
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