
Gi no karatedo
Per evitare incomprensioni dirò che praticare il karate è
per me sentire il corpo che genera l’azione:
l’opera stessa di questa azione mi restituisce
sensazioni profonde e intime che “accordano” la mia mente con il
corpo rendendoli uniti; la pratica mi conduce
in un mondo sovrasensibile dall’orizzonte sconfinato, del quale non ne potrei
mai più farne a meno.
Al fine di capire se dopo tanti anni amiamo ancora la
pratica del karate ci basterebbe fare “un fermo forzato”, come quando
per qualche motivo, per un certo periodo,
non possiamo praticarlo.In questi casi
ci accorgiamo quanto l’esercizio, quello fisico, del karate ci manca quanto
mancano quelle “carezze incorporee” che
ci facciamo attraverso il movimento delle tecniche corporee
per arrivare ad abbandonare il nostro fisico
e raggiungere un ascetismo “disincarnato”.
Alcuni giorni fa ho potuto assistere a questa
manifestazione, un amico fermato da un problema fisico, ma nonostante ciò si
offriva al karate come quando uno si dona alla propria amata, con forza,
passione e soprattutto con un amore incondizionato senza limiti, era molto che
non assistevo a questo spettacolo, grazie Giò.
Mi piace descrivere la presenza di questi “valori”
con l’idea di “nintoku”, tradotto in
italiano “umanità”, cioè quell’ambito metafisico e vivificante che ci rende
partecipi di percezioni modificatrici ma che allo stesso tempo rende l’arte
della mano vuota viva e soprattutto “arte dell' uomo” che si realizza attraverso
la pratica costante e sincera per mezzo dell’attività umana.
In questi casi, ritengo, si è giunti nella dimensione del Gi
no karate, il karate dell’uomo, cioè quella estensione particolare
dialogica e interattiva con il proprio
io che emerge dopo un lungo lavoro di modificazione, piuttosto che
quella del karate come semplice ausilio di
addestramento e allenamento dei muscoli, del solo corpo: un preciso itinerario
educativo ed evolutivo utile a scendere nella profondità dell’essere per
abbandonarsi ad esso come ci si abbandona tra le braccia della Dea della vita, Iside.
Altri Maestri invece possono vivere bene senza la pratica
del karate, dove per vivere bene non la
condizione economica, che oramai è uno dei primi motivi che spinge molti di
loro ad indossare ancora il keikogi, ma
interpreta questa condizione sotto l’aspetto fisico, psicologico e spirituale, vivere veramente!
Se a un certo punto l’amore per il karate finisce non è un
delitto, lo diventa però quando si continua ad insegnarlo contro la propria
passione, senza voglia.
Ciò che mi chiedo molto spesso è : “si può essere maestri o
semplici praticanti di karate mettendolo in pratica saltuariamente?” Oppure
questo “prendere le distanze tra noi e il nostro
corpo” è anche una scusa per non ammettere il nostro autoinganno?
Può questa essere una rinuncia prodotta da una falsa o
finita passione per il karate, e se lo fosse, possono tali persone
“trasferire” la passione, l’amore per il
karate ai discenti? Lascio ad ognuno di voi la risposta!
Un vecchio detto buddhista recita: “la natura del Buddha è
nel petto dell’uomo”, ciò indica che quello che cerchiamo è dentro di noi, per
me l’arte marziale è questa, quello che noi siamo e ciò a cui, attraverso la
pratica, aspiriamo.
Nulla può venire dall’esterno se non lo vogliamo dal nostro
interno, in greco “olos”, è per tale ragione che le arti marziali vengono
definite anche arti olistiche, perché necessitano
di un compimento globalizzato mente, cuore e corpo
tenuti assieme da un unico filo aurico assoluto che genera un
processo universalizzante tra uomo/arte e arte/uomo.
Ciro Varone
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