
Hei jo shin
La pratica di un’arte marziale può offrire all’uomo innumerevoli possibilità: curare il corpo
e la salute mentale, imparare a difendersi, riappropriarsi di alcuni sensi
assopiti, trovare la propria dimensione spirituale ma più di tutto ci aiuta a
conoscerci e ad auto educarci.
Per educarci intendo l’ auto-capacità di comprendere i propri limiti fisici, mentali,
caratteriali, sapere ascoltare gli altri e la natura, percepire e cogliere la
realtà; imparare attraverso gli errori commessi è il modo migliore per non
commetterli ancora, per non dimenticare ciò che si ha assorbito, per questo
motivo, ritengo, esistono i kata: essi rappresentano le esperienze filtrate da
anni di duro apprendistato messi al servizio di quanti, solo dopo avere dimostrato
di meritarlo con il duro lavoro e la necessaria devozione, vogliano realmente
cambiare la loro esistenza.
Personalmente mi sforzo di non suggerire, a chi me lo chiede, quale approccio bisogna
adottare per imparare un’arte marziale, sono certo che con la pratica e
l’impegno costante troverà da solo la strada giusta, l’unico consiglio che
posso dare è “allena sempre il tuo opposto, e allenanti con il cuore”.
Un recipiente può essere pieno o vuoto tuttavia per metterci dentro ciò che desideriamo dobbiamo
necessariamente svuotarlo, la metafora del “svuotarsi” nelle arti marziali è
paragonabile “all’esserci con il ki”: una netta distinzione tra un atto, un
gesto fatto solo di forza fisica e invece un azione fluida che unisce corpo,
mente e spirito che nel budo giapponese viene definito “Sae”,
cioè chiaro, netto e distinto.
Credo capiti a tutti, prima o poi, di chiedersi quale sia il lato “invisibile” della pratica,
anche se la moderna interpretazione delle arti marziali mira alla performante utilità dell’ impresa sportiva
ravvedendo nel “gesto” un traguardo, un ethos agonistico fine a se stesso,
ma dinnanzi a questa predominanza
tecnico-fisica nessun marzialista è dispensato, dopo molti anni di tirocinio, ad
indugiare e avere dubbi sulla utilità della
natura delle sue scelte.
Per capirci meglio, la differenza tra queste due forme di pratica sportiva e spirituale,
equivale alla differenza che passa tra il tiro con l’arco sportivo e il kyudo,
tiro con l’arco giapponese: nel tiro con l’arco agonistico l’obiettivo è solo
quello di fare punti centrando il bersaglio più volte possibile, nel kyudo,
invece, è importante il modo in cui avviene
l’atto di colpire, tekichu.
Nel tiro con l’arco giapponese il zaiteki, il livello più alto di tekichu,
è un’ autentico effetto del sé, in questa
pratica si mira ad oltrepassare i propri pensieri per mezzo della purezza e
naturalezza del gesto e della calma spirituale, altrimenti detta anche “mente
ordinaria” heijoshin, cioè uno spirito, un cuore e un corpo che si rinnovano ad
ogni gesto, ad ogni colpo, ogni attimo.
Per tale motivo ciò che funziona nel combattimento
sportivo molto raramente può funzionare nella realtà della lotta marziale, lo
sapevano bene i Samurai che dinnanzi a tale dilemma si addestravano molto di
più sugli aspetti mentali e spirituali che sulla pura tecnica e forza fisica,
essi, attraverso allenamenti spirituali si sforzavano continuamente di allontanare
dalla loro mente la paura della morte.
La rabbia e l’egoismo producono menzogne
e paure, mentre lo spirito non sbaglia, esso non mente mai, con il giusto
atteggiamento si genera l’heijoshin.
Molto frequentemente nel karate la fisicità soffoca la spiritualità,
mentre entrambe le condizioni non sono
il fine: benché possa sembrare così l’adepto avanzato debba tendere a sganciarsi da questa
distorta dualità, la pratica del karate, sia esso kata o kumite,
vista esclusivamente come mezzo estetico e sportivo, come tanto la visione della
pratica intesa solo sotto l’aspetto spirituale è per molti un
dualismo che diventa un’auto celebrazione delle
nostre “misere soddisfazioni”, una pratica effimera che si sgretolerà al primo
problema o acciacco fisico.
Nel karate il praticante per evolvere e progredire fino all’età avanzata
può avvalersi di strumenti eccezionali quali sono i kata, tuttavia questi
devono essere allenati, capiti e assimilati fino a decifrarne il più recondito
significato: senza comprendere il “perché di un gesto” il movimento è solo
una movenza sportiva che nulla ha che fare
con l’arte marziale, l’allenamento senza il giusto atteggiamento, shisei,
è improduttivo, sterile, una tale pratica limita qualsiasi crescita marziale e
non porta tanto lontano il praticante.
Ciro Varone
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