
Karate: il mancato salto epistemologico
Nella galassia del karate esistono e gravitano molti “teorici” che
a me piace chiamare “ karateka sapiens”. Alcuni di questi si arrogano la
facoltà di modificare tecniche e/o addirittura interi kata per meri scopi agonistici, senza considerare che nei
kata risiedono antichi “sorgenti” di tecniche di lotta che si sono concretizzate
nel corso dei secoli con estrema
precisone, rispettando l’ergonomia acquisita e sperimentata, spesso al costo
della vita, nel lungo ed intricato cammino della realtà della lotta per la
sopravvivenza; casomai dovessimo apportare modifiche dovrebbero essere fondate
su modelli e metodi consolidati
dall’esperienza e dalla ricerca empirica scaturita da eperienze dirette.
La storia del karate ci
dice che la tecnica di lotta arrivata a noi come karate nasce in Cina, passando
da okinawa dove subisce un ulteriore
adattamento; circa 70 anni dopo approdò
in Giappone poi, in America e infine in
Europa come forma di karate sportivo e
moderno, dove, a seguito della classificazione di sport, subì un ulteriore
declassamento dei suoi principi applicativi. Questa ultima
fase ha deviato l’obiettivo primario
(goshin, difesa personale), la sua storia evolutiva moderna è oggi sotto gli
occhi di tutti: una brusca inversione di rotta che ha visto il karate sportivo
trasformarsi in un sport o in una sorta di balletto su basi musicali senza nessuna
attinenza al proprio fine. Esistono dei praticanti oggi maestri di karate che
non si allenano alla difesa personale e tanto meno al kumite, la loro specialità
è il kata che esercitano come unica espressione di gesti a vuoto, essi allenano i kata e i kihon esclusivamente
per la competizione ed è raro che cercano in questi una conferma applicativa.
Il karate “ dovrebbe
essere” un’arte marziale che impone ai praticanti diversi cambiamenti fisici,
culturali, filosofici e metafisici. Dopo un lungo percorso di praticantato diventa inevitabile e leggittimo per il
praticante porsi alcune domande come, appunto, quella dell’efficacia dei colpi.
Dalla risposta che il praticante riceve sviluppa le sue future speranze e prospettive nei confronti della
pratica e, a fronte delle stesse, si
prepara e si addestra a superare le
proprie debolezze, siano esse fisiche
che mentali.
A questo punto è lecito
e doveroso chiedersi “ come possiamo dedicarci con umiltà a questi cambiamenti
che, appunto, vanno a toccare innumerovoli aspetti della nostra esistenza e,
sopratutto, con quale atteggiamento (rei in giapponese) possiamo superarli e
andare oltre le nostre capacità di comprensione?”. Una cosa certa che accomuna tutte le arti marziali e i suoi
adepti è la fermezza e allo stesso
tempo l’ elasticità mentale che bisogna sviluppare per sopportare tale sforzo (in
giapponese osu, si legge oss, spingere, sopportare avere fiducia): quella
determinazione a proseguire il cammino nonostante le difficoltà e le intemperie
interne ed esterne alla nostra persona. In questo senso, per accedere a tale
livello, anche il più esperto dei Maestri deve sempre vestire sotto il proprio
keikogi (abito d’allenamento) con umiltà i panni dell’eterno allievo.
La superbia e la presunzione
sono le peggiori nemiche della crescita individuale, questi due
sentimenti negativi sorgono facilmente quando uomini dediti alle discipline marziali,divenute
salutistiche o peggio ancora “folkoristiche”, si trincerano dietro ai gradi alle
qualifiche e alle cariche federali, un mio caro amico molto pratico e operativo
è solito dire: “nel giardino della
fantasia tutto è possibile, sul campo di battaglia solo la cosa giusta ti potrà
salvare la vita”.
Se prendiamo per esempio
il pugilato dove, appunto, la cosa più importante non è che stile pratichi, che
grado hai e quanti incarichi rivesti, i presuntuosi possono pagare immediatamente il conto: basta indossare un
paio di guantoni e provare a trudurre in pratica la teoria. Nel karate, oggi,
diventa molto più difficile fare questo poichè, appunto, molti sono dei bravi “teorici”
che se ne guardano bene dal scendere sul tatami per dimostare quanto siano vere
e applicabili le loro elocrubazioni.
Un tempo, nella
preparazione dei Samurai, esisteva il
detto “ji ri ichi”, la teoria e la pratica sono una cosa sola, questo frase
apparentamente scontata sintetizza in maniera inequivocabile come andrebbe
affrontata ancora oggi la pratica di un’ arte che si definisce per antonomasia
“marziale”che anche praticata con questi propositi sarebbe lo stesso molto
difficile da rapportare alla realtà dei tempi passati.Immaginate come sia non
praticarla affatto.
Se guardiano alla nostra storia europea potremmo
imparare da essa molte cose interessanti riguardo alla disciplina della lotta:
in Europa all’inizio dell’ottocento, l’arte della spada aveva preso una strada
molto pericolosa, in quanto essendo il duello concesso solo ai nobili, questi
per evitare in allenamento deturpazioni e/o seri ferimenti, intrapresero la
strada della pratica “convenzionale”; facevano cioè allenamento con casco e protezioni ed evitavano di
tirare e affondare i colpi nei punti pericolosi del corpo umano quali occhi,
gola e genitali. In un secondo momento, quando anche i Borghesi ebbero il
privilegio di potersi sfidare e di sfidare i Nobili a duello, per quest’ultimi,
che avevano oramai reso quasi puramente virtuale la pratica della spada, fu un brusco risveglio(in latino redde
rationem, tutti i nodi vengono al pettine) che li riportò alla reale
costatazione che le congetture fatte basandosi sulle ipotesi e su un fittizio e
probabile responso enfatizzato da una predominanza stilistica legata al “gesto
elegante e bello” fine a se stesso, dimenticando l’ergonomia della tecnica
reale quando viene portata per uccidere e non solo per essere giudicata, anche dove la tecnica rozza
non fosse sopraffina quanto la loro, ciò che
contava era l’efficacia dovuta alla realtà della lotta, condita da una grande
volontà di spirito alla sopravvivenza e alla sopportazione del dolore; questi
concetti oggi vengono classificati dai moderni ricercatori e specialisti della
guerra, secondo un termine anglossasone, “stress combat”, studio del
comportamento umano sotto stress da combattimento.
L’addove l’uomo si
trova, ancora oggi, ad affrontare il combattimento per la vita o la morte lo studio della prossemica e l’ergonomia
fanno emergere l’esigenza, come ai
tempi del Samurai in Giappone, e ai primi albori del “Ti”(termine antico per
definire il karate) di rendere efficace e mortale le tecniche basondosi su principi di ergonomia marziale (postura
marziale, sia esterna che interna) esclusivamente derivati, non da un concetto
sportivo e atletico, ma dalla reali esigenze di lotta, vera pietra angolare del
karate in quanto arte marziale.
Nelle due foto un
classico esempio di errata/ e corretta ergonomia d’impostazione nell’esecuzione della tecnica di deashibarai.
Foto n°1 Tori esegue il deashibarai mantenendo la testa
sulla linea centrale dell’attacco e della difesa dell’avversario
Foto n°2 Tori decentra la sua testa dalla
linea centrale di attacco e della difesa di Uke mandando a vuoto la tecnica di
deai di uke.
Foto 1
Foto 2
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