
Il karate di Giano
Quanto è profonda la nostra ricerca nella pratica
dell’arte?
Spesso mi pongo questa domanda e, a volte, anche se scoraggiato, la risposta mi porta a sforzarmi
di andare sempre più a fondo e a ricercare nelle pieghe dei kata la storia e le
sorgenti del karate.
Addestrasi alla lotta è sempre stato un mezzo per preparare il popolo militarmente a respingere
e/o ad attaccare altri uomini: la storia dell’Impero Romano ci insegna che le
tradizioni guerriere venivano gelosamente custodite e tramandate solo ai propri
fedeli e che le nazione “investivano tutto sulla formazione dei propri soldati” perchè, solo così, avevano molta più probabilità di
sopravvivere ad eventuali invasioni nemiche.
Un amico mi ha scritto alcune frasi che mi hanno fatto
riflettere molto: “ ...oggigiorno tutti cercano l’efficacia nella pratica delle
arti marziali e/o nel sistema di difesa, solo noi karateka ci siamo
dimenticati di tali principi e scimmiottiamo alcune tecniche pensando che siano
realisticamente applicabili in un contesto di difesa personale...”, egli ha
ragione: il karate è sempre stato considerato per eccellenza “la difesa
personale” ma oggi, in molti casi, ha perso la sua valenza in tal senso.
Credo che per tutti quelli che praticano un’arte marziale
sia difficile descrivere a parole ciò che si sente dentro e quello che si
riesce a dimostrare fuori (con il corpo) mentre si esegue un waza o un kata. Se
prendiamo come esempio il karate, una cosa certa è che la sua pratica è molto spesso un “ossimero”, come diceva il
Leopardi “ naufragar m'è dolce”, cioè una forte contradizione che il maestro Taji Kase
descriveva molto bene dicendo “il karate è logico e al tempo stesso illogico”.
Il karate è un’arte che nasce da una forte esigenza di autodifesa mentre
oggi invece si è trasformata in qualcosa che non corrisponde più alla
sua stessa natura, dove la pratica stessa non è più la ragione della sua esistenza ma
il suo desiderio di divenire un qualcosa di comprabile e vendibile
con una certa facilità e leggerezza.
Seguendo queste considerazione
e molte altre, ancora, per molti diventa più difficile, per
esempio, “capire” il valore del kata, poichè la sua pratica è anacronistica e
asettica rispetto al progetto sportivo dove il kata è inteso esclusivamente come “merce di scambio” per
ottenere una coppa o un dan, quindi che lo si faccia con la musica, inventato,
acrobatico e/o innapplicabile nulla cambia; se, invece, tutti dovessero non
dimenticare che il karate siamo noi ed il kata è lo strumento per la nostra
autoformazione marziale, se dovessimo sapere veramente che domani ci aspetta un
incontro all’ultimo sangue, beh, ecco che la stessa pratica si realizzerebbe in
modo completamente diversa. “Guardare
avanti e guardare pure dietro” è il modo migliore per non dimenticare chi siamo,
cosa vogliamo e dove andiamo, sono certo che allora andremmo a cercare nella
genesi del gesto, non tanto l’apparente e acrobatica valenza, bensì l’utilità
della tecnica per sopravvivere.
Per tale motivo mi è parso
giusto e quanto mai appropiato il titolo di questo scritto: Giano era il “Dio
Bifronte” Romano-Italico arcaico che plasma e governa ogni cosa. Giano, secondo
la mitologia custodiva l’entrata e l’uscita dei ponti, guardava al passato e
al futuro, cosa che, a mio avviso, ogni serio praticante di karate dovrebbe
fare.
Ciro Varone
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