SHI: Il maestro



Nessuno, non importa se sia ben intenzionato o ben preparato, può viaggiare a lungo senza la guida di un maestro. Questi è indispensabile. Ciò nonostante, tra i molti che considerano la possibilità di cercarlo, soltanto pochi inizieranno seriamente la ricerca. E meno ancora avranno la perseveranza di continuare fino a trovare il Maestro. Ed una volta al suo cospetto, quanti fra quelli rimasti avranno il coraggio di apprendere da lui?
La figura del maestro incombe sull’immaginazione. Ne vengono presentati ritratti che lo raffigurano come un guru taciturno, come un saggio che sa tutto, come un eccentrico asceta: tutte queste raffigurazioni spesso perdono di vista la sua vera essenza. Nel momento in cui non allena o non insegna, il maestro sarà una persona piuttosto socievole ed incline ad ammettere di avere lacune nella propria conoscenza. Piuttosto che essere un eremita è più probabile che sia un professionista, un contadino o un macchinista di treni. Quale che sia la sua personalità, il maestro di un’arte bugei ha alcuni tratti caratteristici inevitabili. Ha percorso la Via, ne ha esplorato tanto la strada principale quanto i sentieri collaterali, e possiede l’abilità ed il desiderio di condurre lungo lo stesso cammino le generazioni successive.
Nelle arti come quelle del Bushido il ruolo del Maestro non può essere sottostimato. Le Vie marziali non si trasmettono attraverso istruzioni scritte. I compagni di allenamento sono di poco aiuto: anch’essi stanno imparando e spesso indulgono a praticare l’uno con l’altro senza supervisione. Il maestro è l’unica fonte di insegnamento. Senza di lui, lo studente vaga in giro come un non vedente. Un vicolo cieco spesso viene scambiato per la Via. Ancor peggio è in agguato un precipizio, ed il praticante, senza una guida, vi cade. Solo seguendo le istruzioni del maestro c’è la speranza di seguire correttamente la Via.
Esistono diversi termini giapponesi che denotano il maestro od un insegnante di livello superiore: shihan, shisho, doshi, renshi, kyoshi, hanshi. Il loro elemento comune, shi, non è basato su qualche concetto pedagogico, come si potrebbe sospettare. La sua derivazione è, invece, topografica. Il radicale di shi è “collina”. Altri tocchi di pennello aggiungono il concetto di “pianta che cresce”. “Una pianta che cresce su di una collina” diventa così la metafora logica che indica l’insegnante se, come avviene per molte parole giapponesi, consideriamo l’eredità marziale del Giappone. Per osservare le sue truppe che combattono, il comandante sale in cima ad una collina . Il vantaggio dell’altezza è imperativo per ottenere un’ampia veduta sia della strategia sia della disposizione delle armate. Poiché in una posizione che rappresenta anche un bersaglio, l’arguto comandante, se possibile, sceglierà un declivio boscoso. Nascosto tra gli alberi potrà osservare e dirigere gli scontri senza attirare l’attenzione su di sé.
Il maestro osserva ed insegna da un a simile prospettiva. Il suo carattere, profondamente maturato dal progresso nella Via, è privo delle insicurezze che rendono l’ego irrequieto. Non nutre ambizioni. La sua umiltà e la sua autocoscienza riflettono una personalità di tale forza che in lui non è possibile distinguere nessuna artificiosità. La sua personalità gli è utile nell’attività di insegnante. Impartisce con serenità le sue istruzioni. Rimane in qualche modo sullo sfondo, anche se è al centro di tutto l’allenamento. E’ il comandante sulla collina.
Il metodo elusivo del maestro di impartire le istruzioni verrà compreso soltanto da una minoranza di coloro che sono venuti ad allenarsi sotto la sua guida. Quei pochi lo osserveranno proprio come i più abili guerrieri mantengono sempre un occhio fisso sul loro comandante per determinare l’andamento della battaglia. In questo modo il maestro si assicura che solo i più perseveranti ed astuti discepoli lo emuleranno. Costoro saranno gli studenti desiderosi di affidarsi completamente a lui, ed avranno il desiderio di percorrere gli stessi passi che egli ha fatto.
Dalla sua posizione in cima alla collina, il maestro possiede un punto di vista che solo pochi altri condividono: Deve essere osservato in ogni momento, i suoi comandi devono essere eseguiti. Lui solo può guidarci su questo particolare cammino. Il saggio budoka lo seguirà.

liberamente tradotto da “Sword and Brush – The Spirit of the Martial Arts” diD.Lowry



Iaido/Iaijutsu
Lo Iai è considerato un budo/bujutsu classico. E’ difficile caratterizzare lo Iai perché mano a mano che lo studente progredisce nella tecnica gli aspetti -do perdono importanza e gli aspetti -jutsu ne guadagnano. Si ritiene che lo Iai abbia avuto le sue origini intorno al 1200, con circa 800 ryu catalogati da allora. E’ possibile che l’arte presente dello Iai debba parte delle sue origini al “tachi-gake”, intorno all’anno 1000.
Lo Iai si differenzia dagli altri stili di ken nel fatto che la spada è inizialmente nel fodero invece di essere già sguainata e pronta per il combattimento. Lo Iai si compone di tre momenti: sguainare la spada (nukitsuke), renderla pronta al combattimento nel più breve tempo possibile e riporla nel fodero (saya). La posizione di partenza dello Iai può essere una postura da combattimento o una postura qualsiasi, seduti o in piedi.
Si indossano Gi tradizionali e i passaggi di grado possono essere sia con kyu e dan sia senza. Lo Iai della Zen Nihon Kendo Renmei ha i gradi e anche alcune credenziali per gli istruttori, come nel Kendo.
La ragione per cui la federazione del Kendo sovrintende allo Iaido è semplice. Agli inizi di questo secolo i praticanti di Kendo si rendevano conto che il Kendo non era considerabile come un insegnamento di spada. La Shinai non era una Nihon-to (spada giapponese) e non si impugna come una spada. Il Kendo ritiene i Ten Kata come una parte del processo di promozione ma tutto ciò era insufficiente perché si insegnasse propriamente la “via della spada”.
Nei tardi anni ‘50 la federazione del Kendo invitò spadaccini esperti nello Iai classico a studiare dei corsi. Il risultato fu la selezione e l’adozione di sette Iai-kata, che furono poi aumentati a dieci da una commissione successiva. Questi Kata formarono le basi dello Zen Nihon Kendo Renmei Seitei Gata.
Questi dieci Kata formano le basi del Kendo basato sullo Iai. Esempi classici di ryu Iai sono il Muso Jidiken Eishin Ryu e il Muso Shinden Ryu. Questi due ryu sono due parti di un’unica branca e rimangono i ryu piu’ praticati dello Iaido.
I Seitei Gata hanno tre posizioni di apertura. La Seiza è usata per i primi tre kata ed è considerato una posizione non combattiva. La Tate-hiza è usata per il quarto kata ed è considerata neutrale. Finalmente, i sei kata finali iniziano con la Tachi-ai che è, a sua volta, considerata posizione neutrale. C’è un’altra posizione d’apertura considerata aggressiva, la Iai-goshi, ma non è usata nel Seitei.
La ragione della partenza non combattiva, o neutrale, è che queste sono posizioni della vita di tutti i giorni. Ci si può aspettare un attacco a sorpresa in qualsiasi momento ed è considerata essenziale l’abilità di reagire da una posizione di partenza che fosse quella tenuta nella vita quotidiana.


KARATE DOJO TAKAHASHI
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