
Kata shotokan : shin no budo
Il karate è un’arte marziale che si colloca in una fase particolare della
tradizione giapponese: la sua evoluzione è figlia di un cambiamento epocale che
vede tale popolo passare da una datata cultura medioevale ad un forzato e amaro
cambiamento moderno, sfociato poi in una guerra che li vide pesantemente
sconfitti.
Nei primi anni cinquanta il karate in Giappone, conosce una grande diffusione che
si replicherà poi su scala mondiale. Il karate è passato attraverso una serie di
cambiamenti e di trasformazioni arrivando ai giorni nostri per merito dei kata,
l’essenza dell’arte stessa.
I kata non sono dei rigidi movimenti formali e inadeguati, la rigidità degli stessi implica
l’impossibilità di evolversi, in essi il praticante dovrebbe trovare le soluzioni
ai problemi della lotta, laddove non dovesse riuscirci, esso dovrà prendere
spunto dai kata per trovare gli stati emozionali dei maestri ideatori trasformati in tecniche e strategie
racchiusi nei kata. Il declino delle arti del budo iniziò nel periodo post
bellico e tutt’oggi è ancora in atto.
I kata dello stile shotokan sono un mix di
influenze di diverse culture: indiana, cinese, okinawense e giapponese; nel suo
testo fondamentale il M° Funakoshi
Gichin asseriva che in quel periodo erano molti gli stili di karate esistenti
che tuttavia si potevano classificare in due
correnti particolari, ognuna con una sua peculiarità: shorei e shorin, il duro
e il morbido, il potente e il veloce (ju no awase). A seguito di tali considerazioni
Sensei Funakoshi seppe intelligentemente dosare e mescolare
queste due “diversità interpretative” rendendole fruibili e comprensibili a tutti
i praticanti del proprio ryu e trasformando un modello di lotta unilaterale in un’arte marziale molto più ampia e
completa.
Al quel tempo l’universo estetico e la coreografia erano l’ultimo problema dei praticanti, l’obiettivo della forma
era quella di arrivare a praticare senza contrazioni poiché gli irrigidimenti
in una situazione reale, (shin shobu) avrebbero reso le tecniche
raffinate del karate impraticabili per ovvie ragioni di tipo psicologico. La
forma corretta doveva servire al rilassamento del corpo e della mente, la via
del bushi era indissolubilmente legata al ciclo della vita e della morte poiché
l’arte aspirava a tale fine. Chi ai quei tempi si era trovato a combattere per
la vita probabilmente era consapevole che la formazione del bushi doveva
scorrere attraverso una intricata rete di informazioni/sensazioni fisiche e mentali comprensibili
esclusivamente da chi era alla ricerca di un metodo di difesa che lo potesse
fare sopravvivere d’innanzi ad un assalto mortale, queste “informazioni” furono immortalate nei kata,
peccato che poi molte di queste sono andate perse o rimaste sconosciute alla
maggior parte degli istruttori moderni.
Un buon esempio di trasmissione di tale metodologia lo possiamo trovare nei kata
basati sulla respirazione come angetsu, dove l’obiettivo non è quello produrre
contrazioni esterne bensì quello di enfatizzarle per arrivare a toglierle, gli
ideatori di tali kata conoscevano le
condizioni mentali e fisiche che un
uomo si trova ad affrontare nell’attimo in cui c’è in gioco la vita:
l’irrigidimento del corpo, la perdita di alcune capacità tattili, l’alterazione
della respirazione e del battito cardiaco erano gli effetti più deleteri per affrontare con lucidità e determinazione
il combattimento, per tale motivo i kata sono essenziali, perchè gli
stessi furono forgiati nel fuoco della realtà del combattimento.
La rigidità ci fa perdere la
velocità dei gesti, per tale motivo alcuni kata allenano una respirazione lenta
e profonda, in questi si esercita la capacità di muoversi in uno stato alterato
di coscienza, attraverso la respirazione si tende a controllare gli effetti
negativi della iperventilazione, a reagire e a muovere un corpo “modificato”
che spesso non sembra neppure nostro.
La parte veloce del kata rappresenta l’altra faccia della stessa condizione
psicofisica, dove il tempo scorre velocemente, si accorciano i movimenti del
corpo e tutto sembra che accada velocemente senza neppure riuscire a vederlo e tantomeno
controllarlo.
A seguito di alcune esperienze Yoshitaka Funakoshi sembrava avere capito queste trasformazioni che
avvenivano nel corpo in quei particolari momenti e allora incoraggiava lo
studio del ran toru (essere spontanei e liberi nell’azione), la sua idea di
karate era più vicina a quella del maestro Yasuhiro konishi grande esperto di
karate e kendo, già allievo di Gichin Funakoshi e di Motobu Choki, che con la sua
intelligenza e abnegazione
verso l’impegno che si era assunto nei confronti di suo padre e dei suoi
compagni di pratica, cercò di ricreare, attraverso il potenziamento del corpo, l’ampiezza delle tecniche e i
durissimi allenamenti, quelle circostante psicofisiche che potevano rendere
anche il più esperto dei combattenti incapace di sopravvivere nella realtà
della lotta. Secondo la testimonianza diretta del maestro Taji Kase, Funakoshi figlio, era ben consapevole che
indurire mani e piedi non fosse sufficiente per sopravvivere ad un
combattiemnto reale, egli era solito
spronare i propri allievi a ricercare il colpo mortale (ikken issatsu), tale
condizione metteva i combattenti in uno stato di stress che li portava vicino alla soglia della
realtà della lotta totale, il suo obiettivo non era tanto la tecnica quanto lo
stato psicologico, nelle sue lezioni la tensione era palpabile e si avvicinava a quella
dello scontro fatale. In alcuni casi
l’anziano padre, come pure del resto i maestri Itosu e Higaonna, si rendeva
conto di questo esiziale clima e se ne
rammaricava profondamente in quanto egli vedeva nel karate un mero strumento
educativo che poteva portare benefici all’intera umanità e non un semplice e
cruento metodo di lotta fatto per uccidere.
Ciro Varone
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