
Si ritiene che questi Shorei kata fossero, all’origine, quando furono creati dal grande Matsumura, un solo kata e
che fu il Maestro Itosu che per ovvie ragioni didattiche li divise in tre fasi,
shodan, nidan e sandan.
Molto è stato scritto su questi kata che alla loro origine venivano chiamati
“Naihanchi”, ancora oggi in diversi stili sono chiamati in questo modo e
nonostante le innumerevoli variazioni stilistiche, interpretative, di corrente
o di scarsa conoscenza della materia, sostanzialmente sono rimasti quasi
inalterati.
Dallo stesso filmato del Maestro Gichin Funakoshi, che credo risalga circa al
1930/40, è possibile dedurre che i cambiamenti siano stati veramente esigui, in
questo filmato si può notare alcune differenze, come per esempio , che il
Maestro esegue dei Nami Gaeshi decisamente più ampi e alti rispetto a ciò che si pratica oggi, inoltre nei Kage
Tsuki c’è il classico movimento di andata e ritorno della spalla/anca tipico,
anche se molto più accentuato, dello stile di Matsumura Shorin-Ryu.
Certo è che anche se “il guscio esterno” del kata è similare all’originale molto
dissimili sono invece le
interpretazioni di “utilizzo” di questo intricato kata, quindi, oggi, il problema non è tanto quello stilistico ma
piuttosto quello applicativo.
Poiché come è oramai moderna consuetudine, questi kata non vengono considerati “kata da gara, o da
esame” pochissimi sono i maestri che ancora li insegnano ai propri allievi e
altrettanti quelli che ne apprezzano le peculiarità tecniche racchiuse in essi,
inoltre dato che anche il combattimento del karate attuale si è trasformato ad
un’incontro tra due sportivi, perfino l’utilità di alcuni punti fondamentali
dei kata risulta scarsamente attuabile, mentre, a mio avviso, è
interessante usufruire di questi indizi essenziali per affrontare il tema del
combattimento “tridimensionale”, come per esempio l’opportunità di sviluppare
le tre distanze racchiuse nei tre
livelli dei Tekki: O-waza- Chu-waza e Ko-waza.
Dovendo allenare questi aspetti si concretizza l’opportunità di conoscere affondo la
“vera nozione di contrazione ed espansione (tai no shin shuku)” e della capacità di non interrompere
l’azione fisica/energetica.
Quando parlo di “movimenti grandi, medi e piccoli” non alludo solo all’ampiezza del
nostro gesto, bensì alla estensione e alla qualità della contrazione, che
dovrebbe rendere il “nostro circuito energetico” “aperto e sensibile”, pronto a
captare nei nostri gesti quel bilanciamento utile a “destrutturare” quei
blocchi energetici creati nel tempo da
allenamenti mirati alla performance atletica e non marziale, cioè
quell’apparente e artefatto “kime” che
tanto “gratifica” la nostra falsata percezione corporea e l’incompetenza
marziale di chi ci giudica esteticamente ma che risulta poco utile ai fini dell’efficacia.
La fluidità dei gesti, che ci fa passare da uno stato di rilassamento ad una
condizione di massima esplosività muscolare e respiratoria, ci permette di
“centrarci” su di noi e soprattutto sull’obiettivo, in buona sostanza una
moltitudine di ingranaggi che ci fanno riappropriare di quei strumenti che
descrivono geometrie precise ed efficienti, questa è anche l’immagine del
praticante che, attraverso il lavoro dei kata, affronta le difficoltà della
pratica e della dimensione mentale.
I kata ci preparano a livelli elevati di stress, cosa difficilmente allenabile senza
questo particolare ausilio, i Tekki ci “obbligano” ad adattarci a situazione
altamente stressanti come il ricevere attacchi multidirezionali e poco
ortodossi, ci costringono a creare la giusta tensione tra una gamba e l’altra,
come se l’una si opponesse all’altra, ci aiutano a scaricare l’urto degli
attacchi attraverso le diagonali e gli angoli d’uscita.
Queste raffinatezze tecniche non potranno mai essere concepite da una sola mente, la
stratificazione di esperienze tecniche racchiuse e riportate nei kata di
centinaia e centinaia di praticanti e maestri rende incommensurabile il valore
dei kata.
Ciro Varone
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