
Vento Divino
Nel lontano 1929, a Honshu, la più grande e popolata isola
del Giappone, nella città di Chiba, nacque un grande uomo che come i suoi
Maestri, Funakoshi padre e figlio, con il suo esempio, avrebbe “cambiato” per
molti adepti della “mano vuota” il modo di intendere la pratica del karatedo.
Sin da piccolo Kase Sensei praticava il Judo e per circa una decina d’anni venne
assorbito da tale esercizio fino a raggiungere il livello di sandan.
Un giorno, per caso, lesse un libro “Karate-do Kyohan”, che suscitò in lui grande interesse
e curiosità tanto che si recò nel dojo del M° Gichin Funakoshi per
chiedergli di accettarlo tra i suoi allievi; a 15 anni Kase Sensei intraprese
la via del karatedo senza mai abbandonarla fino al giorno della sua morte che
sopraggiunse dopo una grave malattia il 25 novembre del 2004: quel giovedì di
novembre il karate perse il suo mito
vivente e soprattutto un sincero e infaticabile praticante del budo.
Kase Sensei conduceva una vita consacrata allo studio del budo e una ricerca sul karatedo
molto personale ma confortata dalla presenza continua nella sua mente dello
spirito del suo Maestro diretto Gigo Funakoshi.
Il Maestro Kase è stato uno dei pochi esponenti dello Shotokan che è riuscito, pur non rinnegando
tale stile, anzi valorizzandolo e arricchendolo di nozioni del budo, a
“sganciarsi” dal modello di karate sportivo e commerciale imposto dalla
Japan Karate association(J.K.A.) fondata nel 1949 dagli allievi più anziani del Maestro Funakoshi,
e nonostante la netta frattura, iniziata nel 1955 a
causa dell’emanazione del primo regolamento per le competizioni di karate che
andava contro il volere dello Stesso Maestro Funakoshi, culminato poi nel 1957,
alla morte del Maestro Funakoshi, con la spaccatura totale del gruppo
dirigente composto dai Maestri Nakayama, Obata, Hironoishi, Saigo e Egami,
Kase Sensei seppe mantenere sempre i contatti e dei buoni rapporti anche con questa organizzazione
di studio alla quale guardava con ammirazione e rispetto.
Molto è stato scritto sul Maestro Kase, a volte, durante le
pause dei suoi allenamenti, era lui stesso a raccontare alcuni aneddoti della
sua tribolata esistenza, si arruolò nei corpi d’elite giapponesi “kamikaze”
(vento divino) per aiutare e servire la sua patria che in quello stesso periodo
si trovava, per mano degli Stati Uniti d’America, irrimediabilmente
al capolinea della sua mira espansionistica e militarista.
Ciò che però ti colpiva di lui era la sua naturalezza
anche quando descriveva i momenti più duri e
importanti della sua esistenza, la sua formazione sotto il Waka Sensei (giovane
maestro, era il termine per definire affettuosamente Gigo, Yoshitaka Funakoshi)
in quel particolare periodo storico era durissima, Gigo Sensei pretendeva
sempre di più, più forte, più veloce, più contundente; Kase Sensei diceva:
“Yoshitaka era micidiale, un giorno ci mostrò una combinazione di calci che ancora oggi
sono impressi nella mia
mente per la loro velocità e potenza”, a suo dire Sensei Yoshitaka aveva
raggiunto nel karate un livello “impressionante”, prima della sua morte egli
stava assiduamente lavorando sulla tecnica del Toate, colpire senza toccare.
Quelli che ebbero l’onore di allenarsi con il Maestro Kase sanno benissimo quale fosse
il suo pensiero sulla tecnica del karate, la
sua ricerca lo portava spesso a “lasciare da parte la forma” e ricercare
l’efficacia in ogni tipo di distanza e soprattutto in “mezzo alle pieghe del
combattimento”; la sua idea era lo sviluppo delle tecniche lunghe, medie e
corte: O-waza- Chu-waza e Ko-Waza rapportate alla situazione reale del
combattimento.
Il Maestro diceva che queste tre fasi dello sviluppo tecnico
rappresentavano i tre stadi di
evoluzione e dello studio che ogni karate-ka doveva portare avanti, ognuno di
questi tre cicli corrispondevano ai tre periodi della durata dell’apprendistato
marziale: dopo trent’ anni di allenamento il karate-ka
doveva essere passato prima dalla tecnica
grande, poi dalla tecnica media per terminare la sua ricerca e addestramento
con la tecnica piccola, il corpo al corpo.
I miei ricordi più belli, che ho impresso nella mente come
se fosse ieri, sono i suoi “consigli ad indagare il karate”,
in tanti anni di stage non l’ho mai visto non rispettare qualcuno, o dire “questo non va bene”,
annuiva con la testa e poi ti faceva provare come diceva lui, allora ti accorgevi della sua grande
esperienza; la sua proverbiale pazienza e disponibilità erano pari solo
alla sua efficacia tecnica e al suo valore umano, il suo karate era come soleva
dire egli stesso: “ logico e al tempo stesso illogico”, i suoi insegnamenti
erano “metaconcetti” ricchi di incontestabile realtà acquisita sul campo.
Come il suo maestro faceva con lui, egli ci parlava della
quarta dimensione dicendoci:
“ non so come ho fatto, so solo che un giorno mi sono messo in testa che in tutto quello che
facevo doveva esserci il “ki”, mettevo l’hara non solo quando praticavo, ma
anche per mangiare, camminare e
allacciarmi le scarpe, e poi, un lampo e tutto si manifesta in maniera naturale
e logica, non chiedetemi come, ma per me è stato così”, e poi aggiungeva: “ provate
anche voi, fate così! Sono certo che, prima o poi, capiterà anche a voi di trovare questa dimensione”.
Quando lo trovavi in commissione d’esame era noto che per
essere promosso dovevi dimostrare, oltre che una buona tecnica, un “grande
spirito”: ricordo che quando mi esaminò
per l’esame di 4° dan (1992) fece fare a tutti gli esaminandi diversi incontri
di kumite che si protraevano per molto
tempo anche contro più avversari simultaneamente, quando arrivò il mio turno,
dopo pochi secondi di combattimento, fece fermare l’incontro e disse: “ok, lui
può andare”.
Nella mia testa rievoco spesso quando ci mostrava come
applicare le tecniche di hente e seite, unendo e anche alternando le azioni
nella sua tipica posizione di fudodachi, l’uke di turno restava stupito dalla
sensazione dei suoi colpi a mani aperte: esprimeva un kime fluido e continuo:
da una parata passava alla proiezione e subito dopo ad un calcio con una
naturalezza disarmante, all’occorrenza sapeva appesantire il suo corpo come se
diventasse all’improvviso di granito per ritornare un secondo dopo di nuovo
sciolto, naturale e sorridente.
Sapeva evitare gli attacchi in modo impareggiabile
padroneggiando il tai sabaki: aveva la padronanza della distanza spaziale (maai)
e quella temporale (ma), al momento utile era in grado di
rientrare chiudendo la distanza per portare l’avversario nella dimensione
del chika-ma(corpo a corpo) dove riusciva ad esprimere le sue migliori qualità
di combattente.
Esempio concreto per tutti i praticanti di vero maestro del
Budo, il Maestro Kase ha ricevuto stima e ammirazione in tutto il mondo, le
numerose accademie a lui intitolate
presenti su tutto il globo terracqueo “Kase-Ha” che seguono la sua personale
visione del karatedo sono la testimonianza della bontà dei suoi insegnamenti e
della sua lunga ricerca sull’energia (ki), il simbolo(SHÔCHÔ) adottato per la sua
accademia W.K.S.A. è rappresentato dal kanji del “GI”, la rettitudine, il
dovere, la missione di diffondere il karatedo con onestà e coerenza, cosa che
ha saputo fare con grande passione e con ottimi risultati.
Il Maestro Kase era considerato il “Maestro di tutti”, una
figura carismatica sopra ogni sigla federale o organizzazione politica, era
l’archetipo del vero guerriero “ingentilitosi” per mezzo della assidua pratica
del karate budo.
Personalmente credo che se si potesse raffigurare con
un’immagine il significato di “karate tradizionale”, ne sono certo, non
potrebbe che essere riprodotta con l’immagine di O Sensei, Taji Kase”.
Arigatou gozaimasu Sensei.
Figura 1 Maestro Taji Kase
Figura 2 Maestri Yoshitaka Funakoshi e Shigeru Egami
Figura 3 Maestro Yoshitaka Funakoshi
Figura 4 Stemma Accademia del M° Kase W.K.S.A.
Figura 5 Kanji del GI (che si trova all'interno del logo W.K.S.A.)
Ciro Varone
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