
Attitudine
Il lettore che si appresta a
leggere il mio scritto, qualsiasi sia la disciplina che pratica, riconoscerà
senza ombra di dubbio alcune affinità con quanto egli stesso sperimenta nella
pratica di tutti i giorni.
Chi non teme di riflettersi
nello specchio della propria anima, concorderà che è molto più facile farsi
portatori di “gesti vuoti” che studiosi di una sincera realtà, dove, nella
profondità della ricerca interiore alcune “mete” non sono misurabili con gli
strumenti delle coppe, medaglie e del tintinnio dei dan.
In tutte le arti marziali si trova il concetto di “attitudine”
poiché anche il più piccolo cambiamento del corpo nello spazio il marzialista
lo vive e lo percepisce come se fossero dei mutamenti che accadono all’interno
di un disegno ben più grande e complesso.
L’attitudine nelle arti
marziali è un idea molto ampia che accomuna tutti, dalla semplice cintura
bianca o novizio, fino al più esperto combattente o cintura nera:
applicandola al combattimento e
tradotta in termini pratici essa è la capacità di attaccare, deviare, tirare,
spingere, chiudere, aprire, cedere o resistere, la forza del risveglio
istintuale insita in ogni uomo che si libera per mezzo della completa fusione
mente e corpo.
Shisei (corretto atteggiamento
di spirito) comprende in sé autocontrollo, la giusta dose di contrazione e
decontrazione e armonia (wa) tra corpo(azione, tecnica) e mente (spirito,
atteggiamento mentale “kutsu”).
La mancanza di attitudine porta
alla perdita di controllo del proprio equilibrio, sia fisico che mentale, tale
perdita comporta l’impossibilità di adattarsi ai cambiamenti repentini che uno
scontro reale comporta, il shisei non è quel “finto atteggiamento” che molto
spesso alcuni esegeti vogliono platealmente dimostrare a quanti osservano il
loro waza o kata, la falsa attitudine che in questo modo non è più un aiuto ma
un impedimento alla realizzazione del giusta abilità marziale; il combattimento
fisico deve lasciare il posto al combattimento istintivo e percettivo, quando
ciò avviene il corpo è fuso con la mente e questa è un tutt’uno con il corpo, il movimento è non movimento, il
gesto diventa kami-waza.
Una delle 13 anonime poesie del
Tai Chi recita: “invisibile nell’abbraccio della quiete giace il moto, e nel
moto la quiete è nascosta.
Cerca quindi quella quiete
nel moto.
Se ti avvicini a questo, le
scoperte saranno tue quando incontri l’avversario”.
Nella narrazione dello scontro
tra il grande Matsumura e Uehara appare evidente che il secondo, avendo
programmato preventivamente la propria strategia per battere Matsumura, si
trovò del tutto “paralizzato” dinnanzi allo stesso che non avendo previsto
nessuna tattica di difesa o/e attacco e non avendo nulla da perdere, neppure la
vita, lottò e lo sconfisse con estrema semplicità: “…Uehara si raddrizzò per
un secondo, fece un brusco inchino e quindi si scagliò contro Matsumura con
l’energia di una palla di fuoco e la volontà di sfondare una roccia. Ma
nell’istante prima che il corpo taurino di Uehara colpisse l’avversario,
Matsumura emise un terribile urlo, quasi disumano per potenza e risonanza , che
risuonò come un tuono. Le gambe di Uehara furono improvvisamente colte dai
crampi, ma, esperto di quell’arte, li
ignorò. Con l’ultima stilla di coraggio
cercò di sferrare il suo attacco. Tuttavia, quando guardò il suo avversario, inconsciamente lasciò andare un rantolo
e abbassò gli occhi, poi chiese a Matsumura cose gli fosse successo?”, Matsumura rispose: “la tua mente era
concentrata sulla vittoria, mentre io ero pronto a morire. Questa è la sola
fondamentale differenza”.
In chiusura possiamo sostenere
che la mente e il corpo del praticante
diventano “plastici e unisoni”, a-temporali nell’atto di rispettarsi nei ruoli
e di condividere una fisicità e spiritualità trascesa e universale, per lo
spirito dell’universo l’idea della vita e della morte non hanno nessun senso.
Ciro Varone
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