La conoscenza

Tutti noi siamo parte di un universo che si lega e intreccia, poiché l’uomo non è fatto per vivere da solo esso cerca di con-vivere e, a volte, lo fa dimenticando se stesso.
L’altruismo, a mio parere, non può esistere senza il rispetto e l’onore per se stessi, un uomo che non ha onore per se stesso non può procurare beneficio ad altri e tantomeno potrà divenire un buon bu-jin (persona del bu).

La ricerca nel budo è una condizione mentale costante, anche in un’epoca di pace dobbiamo essere pronti a tutto, per esserlo urge la necessità di riconoscersi nei limiti e nei pregi e soprattutto non può porsi dei limiti o delle scadenze.

Per il budoka vivere “soli” si concretizza per mezzo, anche, della pratica solitaria, poiché in essa il guerriero incontra se stesso le lo “sopprime”, l’immagine del maestro domina l’adepto anche quando esso non è fisicamente presente, “l’allievo deve essere educato a portarsi dentro il proprio maestro e non il proprio ego”.

Apprendere un’arte è un’esperienza sensazionale unica e trascendentale che dovrebbe porre l’adepto in uno stato di “condizioni bilanciate” poiché il maestro deve porre tanta fiducia nel proprio allievo da consideralo in grado di superare se stesso: per un maestro capire dove potrà arrivare un allievo con i suoi insegnamenti è fondamentale, ciò è possibile nel momento in cui l’allievo diventa cintura nera: in questo caso il maestro potrà osservare da vicino l’aggressività, l’ambizione e le fobie del suo prescelto, se l’allievo, una volta acquisito il livello di yudansha, non resta percettivo e sensibilmente aperto a riceve ancora e poi ancora, allora sarà solo una delle tante cinture nere “appese al chiodo” che prima o poi abbandoneranno la strada della crescita spirituale.

La pratica di un’arte marziale viene definita in giapponese “ikasare iru”, cioè quella attività dove non è possibile ipotizzare, concettualizzare e calcolare, bensì è, invece, fondamentale viverla, letteralmente tradotta in “ideata per viverla”.

Per realizzare questa condizione è importante non essere arroganti e pensare di non dovere più apprendere nulla da nessuno, essere sempre aperti all’apprendimento è il vero segreto dei più grandi maestri.

Un antico racconto buddhista sintetizza molto bene quanto sopra esposto, esso riporta che un figlio chiede al proprio padre che era un espertissimo e imprendibile ladro di insegnargli la sua arte, allora il padre una notte chiese di seguirlo ed entrarono in un palazzo per rubare: “ il ladro aveva settant’anni, ma le sue mani non tremavano. Il figlio era giovane e forte, ma sudava sebbene la notte fosse fredda. Vedendolo tremare, il padre gli chiese:” Perché tremi? Tu devi solo assistere”. Tuttavia, più il figlio si sforzava di non tremare, più tremava. Il padre cominciò a lavorare come se fosse in casa sua. Entrarono. Il maestro aprì una porta e invitò il figlio a entrare. Il giovane entrò e il padre chiuse la porta dietro di lui. Poi, fece tanto chiasso da svegliare tutta la casa e quindi fuggì, lasciando il figlio chiuso nello sgabuzzino. Tutti gli abitanti della casa cominciarono a cercare il ladro. Si può ben immaginare cosa provasse il giovane! Il padre tornò a casa e si mise a letto. Dopo due ore il figlio arrivò correndo. Tirò la coperta del padre e disse: “Per poco non mi hai fatto uccidere! E’ questo il modo di addestrare un discepolo?”. Il padre replicò:” Sei tornato? Bene! Non raccontarmi ciò che è accaduto, non è pertinente, non scendere nei dettagli, l’importante è che sei tornato, significa che l’arte è stata trasmessa”. Il figlio esitò, tuttavia iniziò a raccontare ciò che era accaduto. “sono diventato un altro”, disse . “La morte era così vicina…non avevo mai sentito un’energia così forte. Era in gioco tutto, vita e morte. Sono diventato perfettamente cosciente. Sono diventato la coscienza stessa, perché ogni minuto era prezioso. Cercavano il ladro in tutta la casa. Un’ancella è passata vicino allo sgabuzzino con una candela in mano. Tutto stava per decidersi, allora ho fatto un rumore, come se nello stanzino ci fosse un gatto. L’ancella ha aperto la porta e ha guadato dentro con la candela. Ho spento la candela, ho dato uno spintone all’ancella e ho cominciato a correre. Con tanta forza che non posso dire che io stessi correndo. Semplicemente c’era il correre. Io non c’ero, vi era solo una forza che si muoveva. Mi hanno inseguito e sono passato a un pozzo profondo, ho preso una pietra e l’ho gettata nel pozzo. Allora hanno circondato il pozzo e hanno pensato che vi fossi caduto dentro. Perciò ora sono qui”. Il padre dormiva profondamente, non aveva neppure ascoltato la storia. La mattino disse: “ i particolari non sono pertinenti. L’arte non può essere raccontata, ma solo mostrata per mezzo di esempi viventi, per mezzo di una comunione constante. La trasmissione non è meccanica, può avvenire solo tramite le persone viventi. La conoscenza sottile, la conoscenza fondamentale, la conoscenza assoluta non può essere preservata nei libri, non può essere trasmessa tramite le parole. La trasmissione è un’arte. La corrente viva non può essere comunicata. Ognuno deve scoprirla da sé, non può essere trasferita. Nessuno può darti la corrente viva. Tutto ciò che viene dato è morto. Devi scavare profondamente in te stesso per trovarla. Perciò io non ti ho dato nulla, ti ho dato solo una spinta affinché tu trovassi da solo”.

Ciro Varone


KARATE DOJO TAKAHASHI
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