
Critica empirica al karate moderno
Chi si occupa di karate, qualsiasi stile esso sia, sempre
più frequentemente sente, nei confronti di quest'arte, diverse critiche.
Gli attacchi arrivano da "cultori" del
"karate antico", che ravvisano nel movimento del "karate
moderno" una trasformazione radicale di alcune tecniche e con esse anche
delle nozioni basilari che rendevano il " karate antico" un'arte
marziale completa e contundente.
Alcuni di questi creatori di speculazioni hanno cercato di
mostrare con le loro ricerche tecniche le contraddizioni esistenti tra il
karate che si praticava anticamente a quello attuale, che se viste solo dal
lato storico possono formare delle singolari e affascinanti teorie esoteriche,
tuttavia, il karate non è solo ricerca storica, scienza, dottrina, conoscenza
tersa, ma è pratica, attività, azione, tecnica e percezione che arriva
attraverso le sensazioni che il corpo trasmette alla psiche.
L'accumulo di tali esperienze formano i "livelli"
di conoscenza e di maturazione del praticante, che non sono legati al grado
posseduto o alla carica federale occupata, ma sono determinanti per la capacità
di capire l'arte della mano vuota.
Personalmente penso di avere letto quasi tutto quello che
c’era da leggere su questa materia, ho partecipato a convegni, stage e quanto
altro potesse aiutarmi a capire cosa veramente è stato "falsificato"
nel karate moderno.
Molti sono stati i maestri giapponesi con cui ho avuto
l'onore di praticare, uno in particolare ha influenzato molto il mio modo di
intendere il karate.
Per capire meglio il karate è necessario praticarlo, lo
studio è un aspetto fondamentale ma, a mio avviso, può avvenire solo dopo anni
di serio apprendistato fatto sotto la guida di un maestro serio e preparato, lo
studio non può e non deve essere il solo strumento di comprensione del gesto
marziale.
La ricerca storica applicata al karate ha l'obbligo di non
innalzare dei muri di superstizioni e false credenze, bensì di aprire un canale
di comunicazione tra movenza fisica , esperienza vissuta e documentazione delle
origini del karate.
Essendo il karate un'arte di combattimento deve essere per
forza in perenne trasformazione e sarebbe pura utopia pensare che non mutasse,
infatti essa non è una dottrina ma un'attività che necessita di una pratica
persistente e profonda.
Il campo di indagine non si può discostare dalla esperienza
di pratica che si intreccia inevitabilmente con la metamorfosi dell' uomo del
principio di contestualità e della caratterizzazione antropologica che tiene in
considerazione i caratteri dei praticanti, le razze, i popoli, i sessi e tanto
altro ancora.
Il significato di una determinata tecnica potrebbe
dipendere, oltre a quanto scritto sopra, dal suo "contesto
ambientale", per esempio: provate ad immaginare un 'attacco alto al viso,
di pugno o di calcio, la difesa potrebbe subire numerose variazioni quanto
diversi sono i contesti in cui avviene lo scontro (contesto ambientale).
Tutto questo ci fa capire che per cercare nella storia del
karate, che come sappiamo è frammentata e per certi versi incompleta, c'è
bisogno di molta esperienza, il solo studio teorico, erudito del movimento non
è bastante a indicarci come e perché una determinata movenza si è sviluppata
nel l'arco del secolo.
In relazione a questi principi il karate si pone in assoluta
coerenza favorendo da un lato la ricerca storica del gesto e dall'altro
l'approfondimento tecnico-fisico che ha nei suoi geni l' aspetto stoico della
tecnica applicato alla realtà del momento e alla concretezza contestuale.
L'approfondimento del karate deve essere votato ad un
modello di sapere aperto e non ermetico, promovendo l'introspezione e il sapere
congetturale per la determinazione del karate come arte marziale vera e
propria.
Conclusioni
L'errore di alcuni ricercatori sta nel sforzarsi di spiegare
le tecniche del karate partendo dal lato storico e non dall'aspetto della con
testualità del movimento, la genesi della tecnica non può in nessun modo
giustificare la trasformazione della stessa se non si cerca di conoscere il
contesto ambientale, e situazionale della applicazione del gesto.
Innegabilmente questi aspetti possono condurre fuori strada
qualsiasi ricerca storica se non vengono considerati a priori.
Dopo 100, 200 anni è difficile per non dire quasi
impossibile analizzare e capire i contesti storici, tuttavia, ritengo che ciò
che realmente determina la differenza tra il " karate efficace" e
quello "non efficace" consiste nella mancanza di applicabilità dei
concetti marziali e della nozione di to-do-me.
Personalmente non pratico il karate dogmaticamente, anzi, il
mio atteggiamento e riflessivo e valutativo ma non nei confronti del karate in quanto
tecnica o sistema di lotta codificato e definito da altri, piuttosto l' accusa
è nella mia capacità o incapacità di applicare, capire, decifrare e
all'occorrenza trasformare efficacemente questi concetti marziali che come
vuole la storia, o meglio la tradizione, non sono alla portata di tutti.
Molti ex praticanti che hanno rinnegato questo o quello
stile ritengono, oggi, di avere maturato esperienze, in altri stili o
discipline, che il karate gli impediva di sviluppare, ma, mi chiedo non sarebbe
più corretto auto attribuirsi queste colpe? Non potrebbe essere che l'
incompiuta maturità marziale sia la fonte di tale manchevolezza?
Di conseguenza le critiche mosse nei confronti del karate
come movimento marziale o sportivo possiamo accreditarle alla nostra persona in
quanto nessuno ci vieta, qualora fossimo tanto illuminati, di praticare secondo
le nostre aspettative.
Per citare Kant mi attenterei a dire: "coloro che si
vantano di tali conoscenze elevate non dovrebbero tenerle per se, ma offrirle
al pubblico controllo e apprezzamento".
Osu
Ciro Varone
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