TECNICA E FILOSOFIA: ENBUSEN

Con il termine ENBUSEN, riferito ad un kata, si indica generalmente la “linea di forza”, ovvero le direzioni che l’interprete affronta nello svolgimento del suo esercizio. Certamente conoscere enbusen dei kata che si studiano è di fondamentale importanza per conoscere lo sviluppo dell’esercizio e per valutarne la varietà di spostamenti nello spazio piano. Inoltre, specialmente per un esecutore atleta, la conoscenza di enbusen gli consente di scegliere al meglio il punto da cui partire per non correre il rischio di uscire dall’area di gara iniziando il kata in un punto sbagliato. Infatti molti kata seguono direzioni asimmetriche e, a volte, si svolgono prevalentemente da un lato. La perfetta esecuzione del kata ed il fatto di mantenere costanti le dimensioni delle posizioni in esso contenute, consente di partire e tornare allo stesso punto (circostanza di solito indicata come “enbusen”).
Ma non finisce qui.
Intanto è doveroso sottolineare che enbusen non è soltanto caratteristica del kata, infatti anche il kumite ha il suo genere di enbusen: ma di questo parleremo dopo, per ora approfondiremo la parte che riguarda il kata.
Per prima cosa chiariamo che la linea di enbusen non è lo spostamento degli appoggi sul terreno. Questi sono semplicemente i punti di equilibrio delle varie posizioni. Infatti sarebbe scorretto individuare enbusen di un kata osservando le tracce che lasciano i piedi sul tatami: supponiamo di poter colorare la pianta dei nostri piedi e di eseguire su una superficie chiara un kata: quando al termine osserveremo le tracce vedremo un grande pasticcio di orme sovrapposte o  strascicate che non hanno nulla a che vedere con l’idea di enbusen che abbiamo in mente, ovvero una serie di linee precise e dalle direzioni ben definite, solitamente simmetriche ed ordinate.
Questo perché la linea di enbusen la dobbiamo tracciare all’altezza del nostro tanden, ovvero dal punto dove, nell’avanzamento, spingiamo l’energia verso l’avversario immaginato. Quella è la vera “linea di forza”.
Tutti i kata hanno il loro enbusen che, solitamente inizia e finisce allo stesso punto.
Generalmente il primo movimento del kata indica l’andamento di enbusen nei vari punti cardinali. Si hanno kata con enbusen a nord, a sud, a est ed a ovest , e se osserviamo con attenzione i vari esercizi vediamo che il kata si sviluppa poi seguendo questa indicazione di partenza. Vi invito a riflettere su questo ed a verificarlo con esperienze e studi personali.
Enbusen segue il karateka nella sua interpretazione del kata: a volte è attivo (omote) a volte è passivo (ura). Per esempio allorchè ci muoviamo nella direzione dell’avversario l’enbusen è attivo (sen=attacco, linea di attacco), quando invece effettuiamo un cambio di direzione, supponiamo a 180°, dobbiamo sentire la linea di forza del kata che ci pressa nella schiena (stato passivo, linea di attacco dell’avversario) e con il nostro corpo che si muove in quella direzione, dobbiamo avere l’impressione di “ricalcare” la linea trasformando enbusen in una linea “attiva”.
Spesso troviamo kata ove è necessario, attraverso la gestualità specifica, “spezzare” la linea passiva prima di passare a tracciare la linea attiva di enbusen. Questa circostanza e la consapevolezza filosofica di quello che stiamo facendo, accrescono la determinazione con la quale eseguiamo il gesto che appare così più efficace e, nello stesso tempo, aumentiamo la conoscenza delle parti più recondite dei kata.
Non è semplice esprimere questi concetti senza dimostrare praticamente che cosa si intende: certamente in occasione di una lezione pratica sarebbe molto più semplice capire. Ovviamente rimango a disposizione di chi volesse approfondire questo argomento affascinante e misterioso di approfondimento della cultura del karate tradizionale.
Un’altra ricerca relativamente ad enbusen, presuppone la possibilità che la traccia della linea di forza del kata sia paragonabile ad un kanji che in qualche modo rispecchi la filosofia del kata a cui enbusen appartiene. Questa ricerca ha portato a ritrovare l’ideogramma di alcune parole nel tracciato di alcuni kata. Ritengo personalmente affidabile questa supposizione, a fronte dei seguenti motivi:
Sappiamo che nell’era classica del karate, i maestri che hanno lasciato testimonianze del loro insegnamento non erano soltanto esperti di karate ma ricoprivano incarichi e svolgevano mestieri diversi. Il fatto che soltanto alcuni di questi siano riusciti a tramandare i loro insegnamenti attraverso i secoli ed a essere ricordati ancora oggi, presuppone che si trattasse certamente di persone speciali. I giapponesi dell’era feudale amavano e rispettavano molto le “arti”. Tanto è vero che di ogni cosa della vita ne facevano un’arte, un “do”: sistemare i fiori, versare il te….molti erano maestri di shodo. Quante somiglianze si trovano tra il karatedo e l’arte di “dipingere le scritte”! La solennità del gesto, la morbidezza delle linee, il continuo contatto con il suolo, senza staccare il pennello….scusate, i piedi!
Quante volte studiando un kata ci accorgiamo che il suo percorso esce dalla simmetria e percorre direzioni inusuali, asimmetriche e, all’apparenza, prive di logica geometrica?
Ho approfondito con attenzione queste circostanze in alcuni kata ed ho realizzato che queste divagazioni potessero essere parte dell’ideogramma che il maestro voleva scrivere attraverso le linee di enbusen del suo kata. Ciò è anche confortato dal fatto che gli ideogrammi rappresentati, solitamente, esprimono concetti riconducibili al nome del kata a cui enbusen si riferisce. Ovviamente il karate moderno (ultimi cento, centoventi anni) ha standardizzato molto gli enbusen dei kata, vuoi per unificazioni di scuole, vuoi per facilitarne l’apprendimento, vuoi per motivi sportivi, privando forse molti kata dei loro “tracciati ” originali, forse all’origine molto più somiglianti ai loro “ideogrammi”.
Consideriamo inoltre la trasformazione moderna degli ideogrammi stessi: resi riconducibili a caratteri di macchine per scrivere, tastiere di computer, tipi per litografie, ecc. .. e non più solo artistici segni di pennello dove l’artista esprimeva la sua personalità, le sue emozioni ed i suoi sentimenti.
Concludo proprio con una analisi dei pittogrammi che compongono l’ideogramma “en bu sen”
Vi sono due ideogrammi per rappresentare il fonetismo enbusen: mentre i pittogrammi “en” e “sen” si tracciano allo stesso modo, il pittogramma “bu” si può tracciare in due maniere: in una, preceduta da “en” significa sviluppo e quindi seguita da “sen” che significa linea si traduce con “linea di sviluppo”; l’altra si traccia come il “bu” di budo, bushi, bushido, ovvero richiama ad un termine guerriero, militare (il celeberrimo “spezzare le alabarde”). Quindi questo secondo ideogramma lo potremmo tradurre “linea di esercizio guerresco”.
Affrontando l’argomento di enbusen riferito al combattimento potremo chiarire meglio i concetti sopra esposti che, spero, siano stati di vostro interesse.


KARATE DOJO TAKAHASHI
Tel. 347/6954443 Maestro Gianni Vittonatti
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