Forma mentis


L’educazione marziale è come quando in natura si equilibra.
Ri-equilibrare equivale ad aggiungere o togliere gli elementi in eccesso della stessa energia per bilanciarne le forze.

Spesso questo concetto viene dimenticato da molti praticanti e così gli stessi annaspano nella sfasatura dello sport e/o dell’arte marziale: “essere o non essere”, paradossalmente la pace interiore arriva dopo la manifestazione e il superamento di una grande violenza interiore: “dopo la tempesta torna il sereno…”.

La locuzione latina “forma mentis” a mio avviso descrive molto bene ciò che spesso è rappresentato dalla nostra formazione culturale, marziale e psicologica che ci è stata inculcata, a torto o a ragione, da altri uomini e che insieme alle diverse informazioni ricevute vanno a formare un substrato intellettuale fallace e pretenzioso come la metafora che ci fa guardare al dito che punta la luna e non la luna : il vedere e non il percepire.

Mi piace prendere in prestito una frase di uno dei più imminenti filosofi occidentale, Hans George Gadamer, sulla riflessione “ermeneutica” nella quale lo stesso dice “noi non ci conosciamo bene come ci conoscono gli altri, e gli altri non si conoscono così bene come li conosciamo noi”.

Molti vogliono praticare il karate ma non ne accettano e conoscono la formazione necessaria per tale pratica; praticano un’ arte concepita per costruire guerrieri, oggi cittadini, pronti a tutto e poi se si spezzano un unghia mentre stanno facendo kumite si fermano e danno forfait, oppure la domenica mattina non si allenano perché vogliono dormire “un’oretta in più”, o al primo sintomo di stanchezza si fermano.

Sarebbe come un pilota d’aereo che si allena solo sul simulatore di volo e non ha mai volato realmente, la simulazione anche se ben congeniata è sempre diversa dalla realtà.

Il secondo punto del dojokun recita “il Karate è via di sincerità”: siamo sinceri fino in fondo quando troviamo qualche scusa per non finire un normalissimo e semplice allenamento in palestra? La pratica affrontata con questo spirito si può definire marziale ?

Per i marzialisti orientali questa dualità è contemplata come un’unica realtà di un bipolarismo che unisce e rende indissociabile l’esterno dall’interno, il duro dal morbido, il maschio dalla femmina il marziale dal non marziale, in questo senso la loro formazione mentale differisce nettamente da quella dei praticanti occidentali.

Secondo questo principio la morte e la vita sono le due facce della stessa medaglia, ura e omote.

Possiamo quindi, allenarci per divenire più forti e risoluti se non siamo in grado di affrontare un allenamento di tre ore ?

Riusciremmo a difenderci per strada da una coltellata quando abbiamo paura di praticare il combattimento con un nostro compagno nel dojo solo perché questo è più forte di noi?

Personalmente credo che se lasciamo aperta la porta della disponibilità al sacrificio allora disponiamo della facoltà di comprendere molto di più di quello che “facciamo fisicamente” e potremo scoprire che non può esserci educazione marziale senza il sacrificio, senza la voglia e la pazienza per superare le nostre paure, la “sincerità della pratica” è fondamentale per l’ evoluzione del nostro livello tecnico-spirituale, il “percepire” è più efficace del vedere.

Non tutti si rendono conto che le arti marziali sono forse, al momento attuale, l’ultima ancora di salvezza nell’ educazione dei giovani che saranno gli adulti di domani, nella nostra cultura occidentale “la formazione marziale” è ormai scomparsa e al momento tutti abbiamo sotto occhio ciò che sta succedendo nel mondo, l’oriente rappresenta anche per noi occidentali un legame con le nostre primitive origini marziali, questa scuola di vita insegna la durezza ma anche la flessibilità, l’ efferatezza ma anche la tranquillità, l’ audacia ma pure la mitezza e la bontà d’animo.

Andando indietro nel tempo nella nostra cultura occidentale esisteva l’educazione al divenire “guerriero”, in tempi remoti a Sparta si insegnava la poesia, la musica, la danza, la capacità di leggere e scrivere, allo scopo di formare futuri guerrieri al servizio della collettività. Tutte queste prerogative non venivano separate e classificate come utili e non utile alla crescita marziale, ma erano un’insieme inscindibile ed anche la mancanza di una sola di queste attività rendeva incompleta la formazione del guerriero.

Per questo motivo fin dai primi momenti di vita il piccolo spartano non veniva fasciato, in modo da abituarlo a sopportare il caldo e il freddo e tali sensazioni dovevano essergli d’aiuto da grande per superare i momenti più difficili che la vita gli riservava.

Sin da bambino il piccolo spartano imparava ad usare il giavellotto e a combattere praticando la “Pirrica”, una danza adatta a rinforzare i muscoli e a migliorare i propri riflessi e a sapere gestire l’aggressività e divenire più vigoroso e sicuro da adulto.

A 20 anni lo stesso spartano continuava l’ educazione all’onore raggiungendo il culmine con la cerimonia del sacrificio e dell’iniziazione al tempio di Artemide Orthia.

Poi per diversi anni trascorreva il suo tempo in esercitazioni, all’occorrenza prestando servizio per la patria su qualsiasi campo di battaglia, la teoria e la pratica, quindi, si univano in un’unica scienza certa, provata sullo scenario vero della realtà per la lotta alla sopravivenza.

Oggi questo non è facile da realizzare in quanto l’intreccio sport e arte marziale e i cambiamenti culturali spingono sempre più verso una pratica “piatta” dove l’ allievo cerca di impegnarsi il minimo indispensabile per passare l’esame di cintura nera e il maestro se ne guarda bene da spiegargli che dal quel punto in poi inizia, o dovrebbe iniziare, il vero karate, composto da una pratica fatta di sacrifici, di tanti passi avanti ma anche di qualche passo indietro, di lealtà verso se stessi, i compagni di pratica e del proprio sensei.

Per questo motivo è importante che ogni adepto conosca la meta del proprio viaggio, un cammino fatto di piccoli passi verso l’autoformazione.

Infine vorrei terminare con questa massima Zen che ritengo appropriata a quanto sopra scritto: "Il corpo è l'albero della Bodhi, La mente è come uno specchio chiaro; Continuamente sforzati di lucidarlo, Per non lasciare che vi si raccolga la polvere."

CiroVarone


KARATE DOJO TAKAHASHI
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