
Hangetsu
Volendo approfondire gli aspetti “interni”, inoltrandosi alla ricerca del “muchimi” dei kata, diventa
inevitabile “spogliarsi” dai luoghi comuni, accumulati attraverso una pratica
sterile, derivata da una “sportivizzazione” precoce poi diventata deleteria
sotto l’aspetto della marzialità, e guardare piuttosto alla duttilità del kata come forma di particolare
addestramento tradizionale di difesa personale tipico delle discipline orientali.
Stabilito che il kata Hangetsu prende il nome dalla sua stessa
posizione “hangetsudachi” (mezza luna), anche se alcune teorie fanno riferimento ai 13 punti vitali del corpo
umano, altre affermano che il kanji di Hangetsu rappresenta il numero 13,
mentre un’altra ipotesi ci riporta alle antiche danze di okinawa (Odori) legate
alle fasi lunari, comunque sia, una cosa abbastanza certa è che questo kata,
composto da 41 kyodo ci arriva direttamente dalla Cina attraverso Sesho
Arakaki come forma di lotta dello stile
della tigre e del drago, possiamo anche dire che la sua particolarità risiede
nella capacità del praticante di creare e dosare due tensioni: una interna e
l’altra esterna.
Oggigiorno a una buona parte dei praticanti di karate
poca interessa l’efficacia della tecnica, in quanto l’obiettivo primario della
pratica del kata è sostanzialmente proiettata a fini competitivi o per
eventuali passaggi di grado. Seguendo questa linea di interpretazione il kata
diventa una accozzaglia di gesti senza valore del tutto irreali che camuffa una
scarsa conoscenza dei veri gesti marziali. Alcune scuole per rendere i kata più dinamici, atletici e
spettacolari, al fine di ottenerne da essi un punteggio o una valutazione
uniforme e “omologata” dalle principali organizzazioni che hanno come obiettivo
e oggetto sociale il karate sport, propongono varianti incongruenti che poco
hanno a che fare con la matrice originale del kata, poiché essi non devono
rispondere a nessuna verifica reale applicativa qualsiasi gesto o bunkai
diventa applicabile e giustificato con la complicità del “compagno”, mentre
nella realtà della lotta le cose sono ben diverse e la collaborazione
dell’altro non è per niente contemplata.
Il kata Hangetu è uno dei pochi kata che lo si trova sia
nei stili shorin che in quelli shorei, è quasi certa la sua “parentela” con
l’antico kata Happoren, considerando che non esiste in nessun stile o corrente
un kata che nello scorrere degli anni non abbia subito trasformazioni, a questo
kata sono state apportate “poche”
trasformazioni sportive, quelle non sportive sono state messe in atto molto
prima dell’avvento delle competizioni, poichè non è considerato un kata da gara
e pertanto è stato lasciato molto
spesso nel dimenticatoio del repertorio stilistico.
Hangetsu (nome antico Seihan) conserva nel suo nucleo
interno una buona parte dei “sorgenti” del karate di Okinawa, un’influenza con
il kata sanchin che, poichè il Maestro Gichin Funakoshi praticò anche, come del
resto pure il Maestro Kanryo Higaonna, con Sesho Arakaki, a mio parere, vale la pena analizzare con
molta attenzione poichè molte analogia tecniche riportano ad una arcaica forma
di pratica tradizionale.
Hangetsu è uno dei kata che racchiude la duplicità del
sistema di allenamento delle due correnti principali del karate okinawense il
“go e i ju” il duro e il morbido, inoltre se ci inoltriamo maggiormente nella
sua specificità riscontreremo un’ulteriore duplicità della sua utilità
marziale, attraverso questo particolare kata possiamo comprendere i principi
del kaishu e del heishu; due aspetti
molto trascurati e poco o per nulla approfonditi nella moderna pratica, spesso
questi due termini vengono licenziati semplicemente con la definizione di mano
aperta (kaishu) e mano chiusa (heishu), mentre se la nostra ricerca andasse
oltre questa semplicistica definizione potremmo anche comprendere che il termine kaishu significa anche aprire,
iniziare un sistema e heishu chiudere, chiusura dopo una elaborazione o dopo aver acquisito un metodo completo
nella sua interezza.
Oggi diventa sempre più difficile conciliare una pratica
moderna e sportiva del karate con una radice marziale che cozza continuamente
con una interpretazione agonistica fine a se stessa. Un esempio lampante
diventa lo sguardo e la posizione della testa nell’esecuzione dei kata,
l’aspetto sportivo ci costringe a dimenticare l’ergonomia che assume il corpo
umano durante il combattimento reale, e ci costringe a tenere una postura
innaturale che pretende uno sguardo alto, il collo scoperto e la testa che
guarda all’orizzonte, mentre, se osserviamo due persone o animali che stanno
combattendo potremmo verificare che l’ergonomia migliore la più sicura è quella di mantenere la testa
incassata nelle spalle e la gola protetta, a questo proposito nel kata sanchin
e nel kata avanzato di kaishu seiunchin, sin dalla prima tecnica si consiglia
calorosamente di tirare indietro il mento e tenere il collo saldo e incassato.
Stando a questa mia teoria la prospettiva della pratica
dei kata si amplifica e diventa molto
più completa e profonda in quanto confermerebbe alcune ipotesi dell’esistenza
dei kaishu-gata e heishu-gata, inoltre, un ulteriore aspetto, forse quello più
importante di tutti, è quello della teoria dell’ibuki (la particolare
respirazione silenziosa tipica del
karate di Naha), che il Maestro Funakoshi, non si capisce bene il perchè aveva
tolto, insieme al lavoro di condizionamento del corpo per assorbire eventuali attacchi.
Queste considerazioni confermano che nei kata, nel corso
degli anni, a causa di una trasformazione incompleta, sono andati
persi molti punti cruciali che avrebbero potuto fornirci chiavi di lettura per
comprenderli appieno, il significato degli stessi “muchimi”, la fonte dell’efficacia della tecnica marziale, è per
molti praticanti moderni del tutto sconosciuta. Il Maestro Miyagi soleva dire:
“il significato di un kata è ciò che dobbiamo comprendere e vivere, ognuno di
noi, attraverso il nostro senso dell’arte marziale e le nostre
capacità”;Yasushiro Konishi scriveva : “...i kata del karate-jutsu non sono
fissi e inamovibili. Come l’acqua, cambia sempre alla forma del recipiente che
la contiene. Tuttavia, non sono qualche tipo di bella danza da competizione, ma
una grande arte marziale di autodifesa capace di determinare la vita o la
morte”.
Ciro Varone
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