
Henyaku
Il principiante che si
avvicina all’arte marziale è come un fiume che scende dalla montagna, forte,
energico, vitale e spazza via tutto ciò che trova davanti a se: in un primo
momento è disposto ad imparare e apprendere senza neppure sapere cosa gli viene
insegnato, sembra non preoccuparsi di nulla. Con
passare del tempo, però, cambia, la sua forza dirompente si
trasforma in “congetture”, e così facendo modifica la disponibilità di spirito.
A tal punto nascono i primi problemi e questa non predisposizione di spirito o
resistenza al cambiamento, rende il compito del maestro molto delicato e arduo,
ora tutto ha inizio: i fantasmi interni devono uscire allo scoperto e contro di
essi bisogna “lottare” .
L’indiscutibile discordanza tra il proposito della meta
e le difficoltà per raggiungerla mette il budoka in condizione di rivedere in
continuazione il proprio ego: se si pensa che la pratica del karate non
offra la soluzione per scoprire la nostra
natura, lambire l’anima e la mente senziente, allora a quale pro ci
si esercita in tale metodo? L’arte non è un gioco, un divertimento, essa richiede
molta abnegazione, predisposizione a “volere cambiare” anche fuori
dal dojo, nella vita di tutti i giorni; Eihei Dogen Zenji scriveva: “si deve praticare stando dentro
la via ottenuta, ossia la vera pratica è quello dell’illuminato, non quella di chi
deve o vuole illuminarsi”.
L’avventura interiore che si affronta attraverso la pratica marziale
è tra le più particolari e apicali sperimentazioni dell'esistenza poiché
pone continuamente l’uomo dinanzi ai suoi stessi “fantasmi” obbligandolo a ribellarsi
e a rimuoverli, uno scritto zen dice: “un
tuono improvviso. Si spalancano le porte della mente e là siede il vecchio uomo
di prima”.
Se si crede che tutto ciò serve a qualcosa di materiale
allora si contamina il valore del “do”, ci si allontana dalla via, si
alimenta l’ipocrisia e le presunzioni e non come si dovrebbe
il “vuoto come potenziale per il tutto”, la
trasformazione non è materiale, non appare esternamente, ma accade dentro di
noi: muga (non ego) è quel livello spirituale che ogni praticante deve mirare,
poiché il “raffinamento della vita” (in giapponese fuga) richiede, ad un certo
punto, per fare fronte ai dilemmi della pratica, la nostra metamorfosi spirituale e la coerente
armonizzazione con tutto ciò che ci circonda.
L’attaccamento ai soli valori corporei e materiali “deforma”
l’arte e crea l’angoscia e i tormenti propri della natura umana,
tutto ciò, col tempo, porta ad allontanarci dalla pratica del karate
e anche dalla nostra natura umana
incastrandoci tra quello che vorremmo essere, ciò che siamo veramente e quello
a cui ambiamo. Accettare di “cambiare,
mutare”, sono i presupposti il punto di partenza per “entrare in un dojo”, tuttavia
di questo il principiante non è a conoscenza; fondere la ricerca interiore con
l’azione fisica-spirituale è il principio proprio del budo al quale nessun budoka
potrà prima o poi sottrarsi.
Tale problematicità nella
pratica moderna del karate viene alla luce principalmente nel momento in cui il
karateka analizza il suo trascorso comparandolo alle sue aspettative, in questo
momento si accorge che alcune cose mancano alla sua formazione, quelle cose che
non sono tecniche, pertanto misurabili e descrivibili nella fisicità, non è il
problema di quanti kata, o waza o no si
conoscono, il quesito è dentro e mette in discussione il processo di formazione
marziale che non è identico a quello di realizzazione sportivo.
La pratica profonda è un esercizio del “vivere concentrati”
sulla nostra natura in armonia con l’universo, ma questo richiede l’anima più
eletta e uno esistere a-finalistico, in questa intima e personale dimensione
non esistono dan, ma solo l’ attitudine a scartare
dall’ attività quotidiana tutto ciò che è superfluo (yohaku) e a
spingerci verso una pratica marziale senza orpelli
ma solo e autenticamente “pratica”, in altri termini: “bisogna sapere fare e saper fluire
facendo”.
CV
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