Honshin

Una prima sostanziale trasformazione al metodo di insegnamento del karate fu imposta dal Maestro Itosu il quale, volendolo inserire nei programmi scolastici per bambini delle scuole elementari, escluse molte tecniche pericolose e simultaneamente, per ovvi motivi, impostò il modello di trasmissione dell’arte della mano vuota su aspetti pedagogici del tutto sconosciuti al karate okinawense ma molto utili ai sotto l’aspetto educativo per bambini. Oltre a questo primo aspetto, dobbiamo aggiungere un’ulteriore trasformazione di metodologia d’insegnamento al karate di provenienza giapponese che si sviluppò, in un particolare periodo prominente alla seconda guerra mondiale, in un “sistema “ di allenamento molto più vicino alla metodologia di chiara estrazione militare. Queste considerazioni sono oramai un dato di fatto che accertano inequivocabilmente che i cambiamenti subiti nel corso degli anni dal karate sono da ricercarsi in queste due principali trasformazioni, da considerare che negli ultimi venti anni anche una terza corrente metodologica, quella sportiva, sta portando ulteriori cambiamenti al nostro modo di praticare e interpretare il karate. Se pensiamo ad un giovane che si prepara alla guerra, e che molto probabilmente non supererà tale evento, possiamo immaginare come e perchè queste “trasformazioni” furono inevitabilmente necessarie, lo stesso accade oggi per la preparazione alle gare, tutto l’impianto della difesa personale del karate viene a cadere a fronte di esigenze prettamente sportive.

Se questo genere di trasformazione mirata all’esasperazione della dottrina militare era normale per tale periodo, mentre oggi, a fronte di variate esigenze, se vogliamo ri-appropriarci del karate marziale e proseguire sulla ricerca e l’evoluzione di una nuova forma di budo si rende necessario affrontare con “adeguati mezzi” questi oramai ingiustificati comportamenti.

Il metodo con cui quasi tutti gli istruttori e maestri di oggi sono stati allenati in passato si basa su una dottrina pedagogica che potrebbe andare bene quando si insegna a dei bambini ma sicuramente è inadeguata per gli adulti: se volgliamo veramente progredire e fare un salto di qualità nell’arte del karate budo non possiamo non prendere in esame e ammettere che il karate ha subito una involuzione che ha portato e porterà ancora di più in futuro seri problemi di trasmissione e sviluppo. In tutti i campi l’indottrinamento del sistema didattico militaresco pone “le regole” sopra e prima dell’uomo, il non vedo,non sento e non parlo è il modus operandi tipico di chi ha paura di confrontarsi, questo succede in tutti quei campi dove l’essere umano “non deve imparare e crescere realmente” ma deve “obbedire” e mai discuture con i suoi superiori, situazione classica della stragrande maggioranza delle accademie militari, ma anche tipica di molte scuole di karate giappo-italiane. Il maestro Shihan e colui che indica la strada ma non è mai quello che impone agli altri il tragitto da seguire; a mio parere nel karate, come in tutte le arti dell’uomo, l’adepto deve essere messo in condizione di avere dei dubbi e porre delle domande, ciò non vuole dire anarchia nel dojo, anzi, queste domande e perplessità devono servire sia al maestro che all’allievo a crescere e scambiarsi opinioni su come sia la pratica di un’arte che si trasmette da uomo ad uomo. A differenza della pedagogia, l’andragogia ha come obiettivo la flessibilità dell’ascolto, la relazionalità come mezzo di trasmisisone dell’apprendimento, adeguabile, che cioè si confà alle reali esigenze del praticante pur rispettando la storia e la tradizione dell’arte trasmessa, valorizzante, nel senso che accresce il valore del praticante in quanto uomo/artista.

Per quanti hanno avuto la fortuna di potere praticare il karate ad Okinawa, credo che un esempio lampante di ciò che scrivo lo possiamo osservare nel diverso approccio che il sensei okinawense ha rispetto agli allievi che affrontano la pratica e la disciplina del dojo in un modo completamente diverso da come è stata insegnata a noi dai maestri nipponici. Con mia ammirazione ho potuto osservare e praticare nei dojo di Shuri e Naha dove l’impegno, l’austerità della pratica e il rispetto dovuto ai compagni e al sensei erano sottointese e rispettate con naturalezza e sincerità e mai imposte o artefatte come nei nostri dojo, da quello che ho potuto sperimentare i maestri okinawensi non usano lo stesso metodo con tutti gli allievi, l’allenamento non è mai di massa, ma, anzi, è quasi personalizzato allievo per allievo e ogni forma di dubbio viene accettato come prova per accrescere la realtà applicativa del gesto. Nel nostro modo di praticare il karate vi è nei confronti del nostro insegnate una sorta di “innatismo” che, tuttavia, mal si coniuga con il concetto di “continua trasformazione” poichè l’innatismo esclude ogni forma di critica esso produce anche una certa forma mentis dove tutti fanno in un certo modo senza neppure sapere il perchè lo fanno, cosicchè, dopo molti anni, di questo passo, si producono dei movimenti stereotipati che creano un “inconscio collettivo” che non ha nessuna attinenza con la realtà applicativa e tantomeno con la tradizione dell’arte.

Personalmente il metodo “andragogico” lo preferisco di gran lunga a quello pedagogico, pertanto mi sforzo di insegnare seguendo questo metodo che ritengo faccia riflettere e crescere molto di più della dottrina tradizionale che di tradizionale ha ben poco. Molti insegnanti applicano dei kata solo perchè a loro gli è stato insegnato in quel modo, altri copiano anche i punti e le virgole che i loro maestri mettono nei discorsi delle loro lezioni, non credo che questo faccia bene al karate e tantomeno alla nostra crescita, sia che siamo in quel momento allievi o insegnanti, anzi, ritengo che questo sia uno dei motivi principali per i quali il karate non ha fatto il salto epistemologico che invece in tanti anni di vita doveva necessariamente affrontare.

Nei primi anni di pratica il metodo d’insegnamento kihon, kata e kumite è un’ottimo metodo, tuttavia con il passare degli anni questo sistema diventa stagnante e pone seri problemi allo sviluppo delle conoscenze reali dell’adepto, a mio parere, andrebbero riviste diverse cose di questo metodo d’apprendimento scontato e lineare che scoraggia la critica e la ricerca personale, ritengo apportuno sfruttare tutte quelle carateristiche esperienzali che la androgogia mette a disposizione di ogni maestro anche senza che lo stesso se ne renda conto, il karate è qualcosa di immenso che muta e genera sempre nuove visioni, spetta alla nostra intelligenza saperne apprendere e assorbire gli effetti in giapponese detto anche “honshin”, “hon” direzione e “shin” bussola, quindi quella pratica che usa l’esperienza e la conoscenza diretta come se fosse “l’ago di una bussola” che indirizza l’adepto verso la direzione corretta(do).


Ciro Varone


KARATE DOJO TAKAHASHI
Tel. 347/6954443 Maestro Gianni Vittonatti
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