
Kumite: Yomi
Molti maestri di karate parlano del concetto di Yomi
nel kumite e delle strategie legate a
questo esercizio; pochi però spiegano
con chiarezza quale è il metodo per
allenare questa capacità fondamentale.
Lo yomi, l’arte di prevedere, è spiegato come una capacità
trascendente che ogni uomo, in misura più o meno sviluppata, possiede dalla
nascita, mai si chiarisce come potrebbe essere ulteriormente allenato o
potenziato anche attraverso esercizi di tecnica corporea e mentale.
Se partiamo dal presupposto che per potere prevenire
un’azione di un altro uomo dobbiamo, per ovvi motivi, divenire parte di esso:
(come il predatore che studia la sua
preda) fino a conoscerne abitudini, reazioni e comportamenti, anche il
combattente deve, attraverso esercizi particolari, fondersi con il suo
avversario, entrare nella sua psiche e decifrarne le paure, i comportamenti e
le resistenze fino a diventare la stessa persona per
avvertirne le azioni: questa è l’arte del “presagire”, Yomi.
Attraverso lo studio delle tecniche di yakosuku kumite, dopo
avere allenato correttamente il ma-ai, si allena la
capacità sensibile di percepire l’altro, di ascoltare anche il
più piccolo cambiamento nella postura dell’avversario,
nella sua respirazione, leggere nei suoi
occhi l’ostilità, l’intenzione (Seme), la rinuncia e
la mutazione psicologica che anticipa l’attacco: questo è il
primo passo per allenare e sensibilizzare lo Yomi marziale.
In alcune arti marziali cinesi, come il win-chu, ci si
allena alla “sensibilità tecnica” detta
anche Chi-sao (braccia incollate), nelle arti filippine esiste una allenamento
simile e viene chiamato “cadena de mano”, nel karate ci sono le diverse forme
di yakosoku kumite, fino ad arrivare
all’embu che sviluppano queste capacità, molto spesso, tuttavia, questi
esercizi vengono visti come un affrontare il nemico solo dal punto di vista
della forza e non della percezione e quindi il fine stesso perde a sua essenza.
Quando è stato sviluppato il programma d’esame di 4° dan
della FESIK vi è stato inserito questo lavoro di Yomi e Yoshi, mio malgrado non
ho ancora riscontrato in nessun maestro che lo ha praticato, insegnato e
applicato, la capacità di intuire tale sistema, ma anzi il kihon
viene spiegato e esercitato come delle tecniche sterili, senza accorgersene
di quanto ci sia di prezioso al suo interno, e come attraverso lo studio
dei suoi fondamenti si possa evidenziare una ricerca molto più profonda del
semplice gesto della parata e contrattacco.
Nella parte ura (difesa nascosta) del kihon in oggetto è celato lo Yomi che consiste nel muoversi
come si muove il nostro avversario se lui fa un centimetro in avanti, indietro
o laterale io mi muovo come e con lui, se lui attacca io mi difendo, se mi
pressa io cedo, se scappa io attacco.
Attraverso questo particolare lavoro possiamo “sentire”
l’altro nella sua totalità, nel combattimento sportivo ci si muove per schemi e
riflessi più o meno educati, nel kumite
del karate budo si lavora sulla percezione e sulla sensibilità, e su questa
strada, in uno sviluppo futuro, riusciremo anche a prevedere le tecniche e
con questo a sopperire alla diversità di età che potrebbe esserci
tra un giovane atleta e un'anziano maestro.
Ciro Varone
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