
Linee di lotta: “enbusen”
In qualsiasi situazione di lotta, di norma, il luogo dove
avviene lo scontro è molto importante: conoscere con esattezza come e dove
appoggiare i piedi potrebbe essere una possibilità
in più per sopravvivere a circostanze pericolose.
Nel kata Bassai-sho dello stile shotokan una delle tecniche
più importanti è quella del “sagurite”
(mano che cerca nel buio): dove il peso del corpo non viene mai sporto troppo
sul piede anteriore per non “inciampare” su un terreno sconosciuto e disagevole,
in questa particolare tecnica si mantiene
il peso del corpo sulla gamba posteriore utilizzando le diagonali per
difendersi e contemporaneamente contrattaccare; stessa cosa avviene nel kata Shisochin
del goju-ryu: l’elemento fondamentale è combattere nelle
quattro direzioni e sottrarsi alla violenza degli assalti utilizzando gli
spostamenti per tagliare e spezzare dall’interno le linee di attacco dei colpi
dell’avversario.
Da una attenta ricerca e pratica, secondo la mia personale
opinione, ho potuto dedurre che l’enbusen dei kata non è una sorta di disegno
fine a se stesso, una riproduzione di kanji dei nomi dei kata o di una
ricostruzione di danze autoctone, bensì, qualcosa di molto più complesso e più
attinente all’arte marziale e alla praticità della lotta tra uomini. Non credo
che in quel particolare periodo il popolo okinawense si preoccupasse di
riprodurre dei pittogrammi, piuttosto, penso che gli abitanti di Okinawa
ricercassero di tramandare qualcosa che avevano sperimentato con esperienze
dirette, conoscenze che rievocavano la
possibilità di sopravvivere a dei veri combattimenti.
Infatti, nei numerosi kata del karate esistono diversi
metodi per allenare le linee di lotta che oggigiorno vengono poco considerate: attualmente
non ritornare sul punto di partenza è visto esclusivamente come fattore che
potrebbe penalizzare l’atleta che gareggia in una gara di kata e nulla più, un
tempo invece poteva significare la fine e il “non ritorno dalla battaglia”.
Nelle arti marziali,
invece, qualunque tecnica ha il suo
“enbu-sen” che dovrebbe descrivere una sorta di “pista”, una “mappa di
posizionamento”, come il soldato che cammina in un campo minato: basta un
piccolo errore, mettere un piede in fallo per rimetterci la vita.
Il maestro Gichin Funakoshi scriveva: “ l’enbusen rappresenta il
luogo in cui puoi posizionarti durante
il conflitto e lo scontro e non dovresti uscire dal limite definito di queste
linee”.
L’errore più comune è quello di “non applicare” l’enbusen
con l’avversario: spesso mi capita di vedere tecniche portate a vuoto che però
non si allineano al seichusen (linea corretta e centrale del corpo), allora
si arriva a chiedersi che senso ha l’enbusen
se è solo immaginario e non viene tenuto in considerazione neppure
nell’applicazione, qual è lo scopo di muoversi
per anni seguendo delle linee prefissate se poi le stesse non hanno
nessuna importanza dal punto di vista della realtà del combattimento e del
contesto ambientale?
L’attuazione delle linee di lotta è utile
per deviare, chiudere, soffocare gli attacchi dell’avversario, come
pure per trovare i punti vuoti nella postura
e attaccarlo con angolazioni diverse da quelle che esso si aspetta.
Far scendere il corpo (shizumi) e disporlo il più possibile alla retta che porta al bersaglio, il
bacino(pelvi), la schiena devono pressare
con sincronismo sulla linea di attacco, inoltre, bisogna evitare l’eccesso di
movimento, (mudana dosa), le giunture, tutte, devono rimanere sempre lievemente
flesse e spingerci verso il bersaglio, questo è il messaggio dell’enbu-sen.
Per capire l’enbusen non basta praticare il kata centinaia e
centinaia di volte, occorre invece applicarlo in situazioni,
angolazioni, contesti e luoghi diversi; nel momento in cui si “progetta” questo
genere di allenamento si acquiscono le capacità di tagliare e interrompere le
linee d’attacco, di trovare gli appoggi a noi più congeniali e il modo
di ricavarne vantaggio dall’uso delle stesse, esempio: alcune tecniche di calcio si
possono “camuffare” con le braccia, a copertura
e inganno, nascondendo l’azione del corpo e cambiando le linee
d’entrata l’avversario non sarà in grado di
intercettare i nostri attacchi, tutto questo permette di sviluppare e
approfondire i messaggi dei kata e di
tradurre i principi di base in efficacia e concretezza operativa nella pratica
del kumite.
Nell’enbu-sen dei kata, così come è arrivato ai giorni
nostri, esistono forme non esplicite di “angoli di penetrazione”, di punti di
pressione (kyusho), di preparazione all’impatto, di tangenti e tracciati accumulati
da esperienze “reali di lotta” che ci sono pervenute senza una logica
spiegazione: azioni, passi, spostamenti, schivate che ci permettono di chiudere
gli angoli d’attacco dell’avversario, di rimanere bilanciati (baransu), di
posizionarci ai lati o alle sue spalle,
creando, con lo spostamento, un’onda d’urto, uno shock che scollega dal suolo
il corpo del nostro oppositore per renderlo inefficace nella sua azione; in
questo caso lo studio dei tracciati d’esecuzione ha, altresì, l’obiettivo di
applicare la giusta tecnica sui punti nervosi del corpo umano rendendo i nostri
colpi ancora più contundenti e letali.
Ciro Varone
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