
Maru Nami (l’infrangersi delle onde)
Bianche, spumeggianti,
vengono cullate dalla brezza marina. Sullo scoglio si infrangono, lasciando
solo l'impronta del loro tocco energico. Lo scroscio ritmico rasserena la
mente, dona pace all'animo umano e giunte a riva,tacciono e si disperdono per
sempre sulla spiaggia.(Monia Cacciero)
La nostra struttura mentale
definisce negativo quanto non è in grado di comprendere: dinnanzi
all’imprevisto reagiamo “chiudendoci in difesa”, in questo modo abbiamo capito
che “celare” le nostre sensazioni ci permette di nascondere meglio le
debolezze, per l’essere umano è più facile aggredire che “armonizzare”.
Canalizzare gli stati emotivi
negativi necessita di un lungo lavoro di armonizzazione che solo un praticante
serio e motivato può affrontare, un lungo cammino di sacrificio che molto
spesso, forse troppo spesso, sfianca la maggior parte dei praticanti portandoli
ad abbandonare la pratica.
Nel kumite, in un combattimento
tra due persone, queste “paure” vengono esplorate per comprendere meglio il
dono che i nostri avi ci hanno trasmesso attraverso lo strumento del karate.
L’uomo, per sua natura, tende a
scappare dal pericolo, mentre nel combattimento siamo obbligati a rimanere e
avvicinarci ad esso (avversario), non esiste adepto, che prenda la pratica
seriamente, che non comprende che è più facile parare un calcio o un pugno che
difendersi da un assalto alle proprie paure e alla sua psiche, il karate è
quella pratica che ci assale nella mente, ci attacca nei punti più difficili e
vitali e lo fa nella maniera che nessun avversario sarebbe mai capace di fare
meglio.
Ciò che noi Occidentali definiamo “self-control”, il controllo delle proprie
emozioni, è per gli Orientali il concetto di Budo. Il controllo delle emozioni
è un caposaldo dello studio del karate budo, il sapersi porre “sopra le proprie
emozioni e paure” è la più alta sincronizzazione di energia cosciente, questo
rende il karate un’arte che non deve essere praticata per dimagrire o per stare
in compagnia, ma per accrescere le umane potenzialità fino a conoscersi
nell’intimo, ku, il vuoto interiore e la sua applicazione al mondo circostante
rende dei gesti ginnici “arte marziale”. Il bu-do è la “via” per arrivare alla
pace, l’adepto del budo, per mezzo della pratica, cerca di unire i due sentieri
“bu-no-tay e bu-no-yo”, il corpo e l’applicazione del bu marziale.
Nello scontro il ritmo, la
pressione, la rabbia, la paura del nostro aggressore ci pone dinnanzi ad un
bivio: interrompere la sua vita o eluderlo incanalandolo nel vuoto, abbattere
l’avversario fa parate del ku negativo, canalizzare la sua rabbia e il suo
stato emotivo invece è il ku positivo che si trasforma in bu-do (via per
fermare la guerra).
Nel kumite ci fissiamo sul
colpire l’avversario e pertanto sfasiamo la percezione del colpo, dal momento
che è la nostra stessa mente che concettualizza l’attacco la difesa è
artificiosa e inappropriata, fino a quando non siamo in grado di liberarci
dalla nostra stessa trappola psicologica la risposta sarà sempre in ritardo e
poco efficace.
Per colui che si esercita con
diligenza nella tecnica di combattimento il gap tra reazione/azione è
l’ossessione più forte, quando si riceve un attacco la fenditura che si apre
nella mente di chi viene attaccato è come un lampo improvviso che squarcia con
violenza qualsiasi tipo di congettura riportando l’uomo nella sua dimensione di
debolezza e/o invulnerabilità acquisita con il tirocinio marziale.
I sentimenti provengono da un
luogo del nostro cervello molto più profondo e istintuale del pensiero, nel
combattimento i pensieri “frenano” l’azione mentre i sentimenti ci guidano alla
giusta azione, essere capaci di apprendere attraverso di essi amplifica le
nostre capacità di percepire il “vuoto” e con esso anche noi stessi. A livello somatico
emozionale quel che ci produce dolore è la nostra opposizione a una percezione
"negativa", l’arte marziale, attraverso
la pratica, permette di distinguere e accettare sensazioni forti, cariche di
emotività che sono il combustibile della nostra trasformazione spirituale, nel
karate budo non “devono” esistere le sensazioni “buone e/o cattive”, piuttosto
esiste il modo di apprenderle, accettarle e sconfiggerle, capendo che la
pratica del karate è una cosa talmente personale che nessuno può sostituirsi a
te, non esistono esperti, maestri o guru che possono prendere il tuo posto in
questo.
Per questo motivo i dubbi e
nostri problemi sono parte integrante della pratica, senza di essi non potremmo
mai superare la prova e tantomeno scoprire chi siamo, fare con autenticità ciò
che il tirocinio marziale richiede è al tempo stesso “mettersi fuori fase e
ri-equilibrarsi”; affrontare il combattimento con la giusta predisposizione
mentale, con imperturbabilità, senza farsi sopraffare dalla paura è la piena
coscienza di ciò che stiamo facendo, “Ken-Zen-Ichinyo”: il pensiero e l’azione
devono fondersi per divenire una sola cosa, dal vuoto(ku) nasce l’azione e
dall’azione si ritorna al vuoto mentale(mu).
Ciro Varone
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