
Meikyo –(Rohai, specchio magico)
Voglio iniziare da lontano con una massima latina per chiarire qualcosa che è completamente
antitetico a questo aforisma: cogito, ergo sum.
Tutti i praticanti di arti marziali sanno che per espandere le loro
capacità marziali devono sapere disgiungere la mente dal corpo e
all’occorrenza saperla congiungere al corpo, per essere in grado
dilatare e concentrare nel punto desiderato
il loro “KI”.
Per potere praticare un’arte marziale occorre che i nostri sensi
siano più sviluppati di qualunque altra persona, bisogna ritornare istintivi e
naturali.
Il guerriero è tale non perché ha appreso come tirare calci e pugni,
ma perché sa accedere alla mente profonda: attraverso l’uso del corpo e il
controllo della sua mente, stabilendo il seguente principio:
“ non penso, perciò posso essere”.
Per accedere a questo stato di “coscienza espansa” è inevitabile
guardarsi dentro, o meglio, conoscersi dentro.
La facoltà di percepirci nella pienezza dell’essere si manifesta
attraverso una condizione di “risveglio” che è tipica dei
valori taoisti, da qui il concetto di “Dojo”, luogo del risveglio e non
unicamente come spazio fisico di pratica.
Il risveglio avviene tra i nostri mille difetti e
pregi, ma prima di tutto, per poter “riempire” è necessario “svuotare”, da qui il sillogismo
“mano vuota”, intesa come vuota di solipsismo.
Abbiamo visto che, appunto, attraverso la pratica di un’arte marziale
possiamo approfondire alcuni concetti che sostengono le nostre attitudini marziali,
ma quali sono i mezzi di “verifica” che
un adepto di karate ha a sua disposizione per comprendere se ciò che ha messo
in azione è esatto?
La comprensione del gesto.
La comprensione non è una manifestazione monolitica dello spirito e del corpo
ma è un’azione attiva, un vastità di sensazioni che ci completano e fondono con l’arte
stessa e con il nostro avversario.
Il karateka si esprime attraverso il fisico (MI GAMAE), ma allo stesso tempo è forzato, dalle
situazioni interne, a scoprirsi e rivelarsi anche psicologicamente (KI GAMAE).
Molti praticanti, anche di un certo livello tecnico, praticano per “riflesso”, prendere
lezione da un bravo maestro non è una garanzia di percorrere il giusto “DO”, il
percorso è qualcosa di intimamente individuale, si lotta per la propria libertà,la comprensione
è la porta che conduce alla propria autodeterminazione.
Il ruolo del kata nella formazione del budoka
Ad alcuni kata di Tomarite, non influenzati da altre
correnti,si attribuivano virtù magiche, e uno in particolare era il kata
Rohai (nome attuale Meikyo).
Uno dei motivi per cui il kata “Meikyo” viene tenuto come punto massimo d’arrivo del
praticante è proprio questo.
Il kata Meikyo è lo
specchio che riflette il nostro intimo, il lato nascosto, il
M° T. Kase aveva la consuetudine di
spiegare durante l’esecuzione di questo kata, che l’esecutore doveva immaginarsi
davanti ad uno specchio e che da questo specchio la sua immagine potesse uscire
e fondersi con il proprio corpo e che scambievolmente il corpo potesse entrare
nell’immagine riflessa.
Il Maestro diceva altresì che nell’esecuzione del kata “avveniva una condizione di
autoanalisi” che richiedeva l’esercizio del guardarsi dentro e che questa
prerogativa metteva a nudo lo spirito e la coscienza del praticante; per
questo motivo al kata Meikyo viene
attribuito una specie di magia celata che solo dopo molti anni di pratica
profonda si può recuperare e comprendere.
Ciro Varone
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