
Kumite marziale: musubi
(kanji: kumite)
La via del combattimento marziale rappresenta più di tutto la “perfezione spirituale”,
è uno studio dove nulla è lasciato al caso, un unione di corpo, spirito
e mente che obbliga a percepire tutto ciò che ci circonda: “un’ entrata e
un’ uscita” dalla nostra stessa vita psichica fondata intorno a una stabile
e perenne “tensione vitale” che mira sempre ad un nuovo e più alto
livello tecnico e spirituale.
Kilometri di spostamenti, ore di emulazione, prove, verifiche e migliaia di colpi portati senza risparmio:
una vita votata alla “perfezione severa” del gesto che comanda sulla
psiche e dello spirito che sottomette il corpo per educarlo alla giusta “reazione”
che dovrà scaturire naturalmente e al momento giusto come acqua sorgiva
che sgorga libera e fluisce dalla madre terra.
Il praticante che non “evolve”,
soprattutto dopo il calo fisico delle funzioni generali legate al proprio
orologio biologico, quasi certamente ha
perso di vista l’obiettivo della pratica mistica
marziale, quindi il proprio regresso sarà inevitabile: quasi sicuramente
il suo allenamento al combattimento è mescolato a quello agonistico, pertanto
diventa difficile mantenere il livello prestazionale che aveva da giovane o
addirittura elevarlo ancora di più.
Per tale ragione l’efficacia
del combattimento marziale si discosta da quel corpus
di regole sportive che intrappola l’arte marziale
(bugei )
impoverendola di tutti quei vitali, imprescindibili
e ascetici principi classici che l’hanno
fatta sopravvivere ed evolvere nei
secoli: in tale pratica nulla può
essere un caso fortuito, bisogna ricercare la concordanza (in giapponese
musubi), cioè quella capacità di governare a proprio vantaggio
le circostanze con armonia e naturalezza,
per questo motivo nel combattimento marziale, a differenza degli sport da
combattimento, sono più importanti le
interazioni psicofisiche che una perfetta programmazione atletica, e, a tal
fine, all’interno dell’addestramento del budo, esiste la nozione di
“pace” che perviene dopo un lungo e tormentoso processo di sbagli e
verifiche, equilibri e squilibri, sofferenza fisica e vigore spirituale, solo
per mezzo di un soffocante apprendistato tecnico
si giunge ad un controllo delle proprie paure
istintuali, collaudandone le reazioni nell’
oggettività del combattere si aspira alla pace e alla più alta padronanza dei
propri impulsi naturali, perseverare è per il praticante “auto educarsi”
preparandosi al peggio.
Il karate, come arte di tradizione guerriera, è un complesso metodo di istruzione
alla “lotta marziale” poiché è
nato da un’ incessante metamorfosi che l’ha reso proporzionato ai tempi e alle
esigenze, oggi, per molti, la necessità
è quella dello sport sotto forma di “benessere e passatempo”, per usare
termini più in auge “wellness, free and easy time”
una pratica che si poggia su un tecnicismo
esasperato e artificioso ma refrattario
alla nozione di difesa personale insita nel budo, pertanto
l’equilibrio tra i due opposti, sport e marzialità, strida fino a creare, anche
tra gli stessi adepti, un grande e discordante conflitto: a cosa possono
servire i concetti racchiusi nel budo se non si possono
mettere in pratica nella vita di tutti i giorni e nel combattimento reale?
Che maestri saremmo se non facessimo “arrivare”
il dojo anche fuori, nella vita di tutti i giorni?
Bisogna “scendere” (shizumi) nella profondità della pratica e percepire la
raffinatezza del fluire senza sforzo, il combattimento del budo non è
una prestazione sportiva ma è “un’attimo e allo stesso istante una vita”.
Ciro Varone
|
|

|

|