
Obi Kuro
Nell’immaginario collettivo l’archetipo del guerriero senza
“paura” è ben rappresentato dall’esperto di arti marziali, in altre parole, dal
praticante che cinge i suoi fianchi con la popolare e celebre “cintura nera”
(obi kuro).
Poiché la cintura nera è, per antonomasia, il simbolo di una
concretizzazione di perizia guerriera, di un livello di maestria nell’arte del
combattimento e della difesa personale, in molta gente richiama alla mente,
stimolando l’irreale ideologico, un combattente con poteri quasi sovrumani che
niente e nessuno possono fermare e che nulla teme.
Gli adepti che praticano con seria dedizione, invece, sanno
bene che le cose non stanno proprio in questo modo.
In questo senso, ogni “vera cintura nera” di karate, judo,
aikido (meglio definita come yudansha) è consapevole che per essere tale, là
dove finiscono le parole, inizia l’azione, in quella dimensione non esiste il
simbolismo, l’onorificenza, la decorazione, se nel dojo viene portato rispetto
a chi indossa tale grado, fuori da quell’ ambito non è così.
Ciò che salva da un’eventuale sconfitta, quindi, in un
combattimento da strada è solo l’attitudine e la competenza al combattimento
maturata per mezzo della “tensione dinamica” sviluppatesi nella pratica con il
proprio avversario e soprattutto con le proprie inquietudini interiori:
“combatto contro me stesso, mi piego, mi adatto, fluisco per non spezzarmi (in
latino frangar, no flectar), requisito fondamentale per ogni budoka.
Per l’esperto cintura nera il corpo e la mente sono un’unica
cosa, il vuoto e il pieno sono la stessa cosa “shaki soku ku, ku soku zeshiki”,
la vita e la morte rappresentano i due lati della stessa medaglia che nel
combattimento, anche quello dichiarato e controllato, devono essere sempre
presenti; pena, l’inidoneità del metodo alla applicazione reale e l’inefficacia
dei colpi.
Per divenire letale il guerriero
necessita di “riempire e svuotare” continuamente se stesso, le
proprie paure e anche le proprie certezze, dove affiora la paura egli cerca di
colmarla col coraggio, per questo “moto perpetuo ri-generante” c’è bisogno di
azione, lavoro, verità che riporta alla dimensione di normalità anche il più
audace e intrepido degli uomini, così facendo si dilatano e si ampliano le
capacità umane e di difesa, cosicché, l’azione richiede il vuoto (ku) e il
vuoto ricerca il pieno (jutsu) per
arrivare alla dimensione di “Fuduchi Shinmyo Roku” (forza decisiva, coraggio e
determinazione).
La pratica reale viene “inquinata” quando la stessa è
collocata tra la finzione, l’accordo, e il mutuo assenso, cioè, quando il
combattimento esce dall’ambito dell’efficacia marziale ed entra nel campo della
forma e della bellezza stilistica che, in questo caso, si discosta e deforma l’utilità
del combattere, quindi l’addestramento diventa “renshu” (training sportivo) e
non bu-do, così dinnanzi all’opportunità di “arrestare la mente cosciente” si
ricorre allo stratagemma del “divertimento”, per “tenere la gente in palestra” in
molti anni di pratica c’è bisogno di “sorvolare” su concetti ascetici e
profondi, allora tutto viene annacquato dalla “utilità e bellezza del gesto”,
benché il vero senso del “combattere” è rappresentato dal vuoto, cioè “dalla
dimensione della via originale, il do” quest’ultimo aspetto in molta gente crea
paura e genera l’angoscia di non farcela, invece bisogna entrare nell’arte
marziale attraverso l’allenamento e distaccarsi da essa per arrivare all’
essenzialità delle cose, cosicché il valore della cintura che si indossa
rappresenta non tanto un orpello dato in cambio di una quota sociale, di una
vittoria in gara o di una carica federale, ma, piuttosto, da uno viluppo
completo, come uomo e guerriero e dalle conoscenze acquisite sul campo, in
altri termini “la pratica e il principio” devono essere interiorizzati e al
tempo stesso dimenticati, nella filosofia zen si dice “taiki taiyo”.
M° Ciro Varone
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