
Pensieri e aforismi sul Kata
(kata)
Una mattina come tante, mentre mi disponevo alla pratica
quotidiana, nel momento in cui eseguivo un kata, la mia riflessione scivolò
verso l’aspetto del “ significato” di ciò che stavo praticando: l’ orgoglioso
pensiero che da diversi anni soggiornava nella mia mente e che non permetteva
di “svigorirmi” dinanzi al percorso che ho deciso di seguire, l’ intrigo,
la trama della ricerca della via(Do).
Pensavo a quanto scritto dal M° Funakoshi nel suo libro
“Karate do , il mio stile di vita” nel quale raccontava del famoso lottatore
professionista Rikido-zan che per abbattere i suoi avversari utilizzava il
“colpo di karate” e in riferimento a questo particolare colpo il Maestro
scriveva: “…quando osservo Rikido-zan in televisione, egli sembra piuttosto
atteggiare le mani nel modo in cui i bambini brandiscono una “spada” di bambù.
Il nostro shuto, comunque, è un’arma di gran lunga più letale: è come una
tagliente spada d’acciaio. Un colpo di shuto al lato del collo di un avversario
ha la capacità di ucciderlo istantaneamente. Se colpisce la clavicola, frantuma
l’osso; e può, come la lama di un coltello, trafiggere il corpo di un
avversario. E’ lo stesso shuto che è talvolta usato per rompere tavole e
tegole.
Nonostante il fatto che il “colpo di karate” sia un
discendente dello shuto, l’esperto praticante di karate noterà una serie di
differenze. Nel karate, per esempio, raramente il braccio è sollevato sopra la
testa (sebbene ai principianti sia detto di fare così nel praticare i kata in
modo da renderli più liberi i loro movimenti). Ma un esperto non alzerà mai le
sue braccia in alto, come fa il lottatore col suo “colpo di Karate”.
Inoltre, quest’ultimo è portato con il braccio quasi
completamento disteso, mentre lo shuto lo è con il gomito flesso. Dato che si
porta senza “aprire” molto le anche, il movimento che si compie è piuttosto
corto rispetto a quello del “colpo di karate”, ma può naturalmente essere
infinitamente più letale”.
Sicché, in questo riflessivo peregrinare, tra una parata, un
contrattacco e uno shuto, riaffiorarono nella mia mente anche altri concetti
letti sul “go ri no sho” scritto dal grande Musashi, e pensieri di
diversi autori come Clausewitz, Sun Tzu e Sun Bin.
Facendo una attenta analisi comparativa mi chiedevo perché
oggi nei kata di karate che pratichiamo al di la dello stile, ricerchiamo
continuamente il significato del gesto e non eventualmente il messaggio del
kata e perché se leggiamo un libro degli autori sopra citati non chiediamo a
questi libri di trasmetterci la tecnica.
Non è forse il kata come un libro che postula il lettore ad
analizzarsi e farsi analizzare riga per riga fino a trasmettere a chi legge l’
idea, quindi il messaggio che l’autore attraverso le sue esperienze vuole
trasferire? E che le stesse “idee” andranno verosimilmente concretizzate
partendo da situazioni diverse?
(Do)
Perché non vediamo il kata come un testo antico rivolto ad
un pubblico che vive e percepisce questa lettura con una intelligenza e una
diversità culturale e transitoria sicuramente dissimile da quella affrontata
dall’autore del libro ?
Come possono i giovani manager d’oggi applicare al marketing
e all’ alta finanza strategie e concetti scritti da Musashi o da Sun Tzu
centinaia di anni fa. Questi testi erano prettamente mirati alla guerra e al
combattimento tra uomini, e nulla hanno apparentemente a che spartire con la
realtà politica, finanziaria e sociale d’oggi.
Sarà forse che le “nozioni” possono essere senza tempo e per
questo motivo mutabili, aggiustabili e interagibili al di la del tempo e del
contesto sociale? Ma se così fosse allora perché non potrebbe essere
la stessa cosa per i Kata?
Le arti marziali sono senz’altro un fenomeno in continuo
mutamento, diversamente non si spiegherebbe come sono arrivate fino ai giorni
nostri e come potranno affrontare i mutamenti e le trasformazioni future.
Nonostante i kata ci giungano dal lontano oriente, e la
nostra cultura poggi le sue basi su una filosofia diametralmente opposta a
quella orientale, quando parliamo di “modello” non possiamo non accogliere che
la costruzione di un “modello idealizzato” e radicato anche nella cultura
greca, (oggi classica occidentale), e che l’idea di “efficacia” pretenda sempre
una certa “forzatura” rispetto al progetto per essere applicabile alla realtà
contestuale, come appunto la differenza tra l’eseguire un kata da soli e
l’applicazione dello stesso: anche un progettista che disegna su carta una
casa, nel suo progetto tutto combacia, al momento della realizzazione invece,
molto spesso il muratore dovrà approntare piccole modifiche e aggiustamenti non
previsti dal progetto ma utili per rendere funzionale l’opera.
Scriveva Platone: “l’applicazione esige sempre una
forzatura se non addirittura una rivoluzione”.
Se facciamo un parallelismo con le leggi, o addirittura con
la nostra costituzione, rileviamo che nel stendere le leggi anche il
legislatore più attento e perfetto non potrà mai dare vita ad una legge
assoluta ed equanime esclusivamente applicando il modello progettuale,
probabilmente tale legge per divenire “ragionevole” dovrà scontrarsi con la
realtà della applicazione e subire, strada facendo, diverse modificazioni e
compromessi.
Personalmente, più mi applico in questa direzione e più mi
convinco che i kata sono come dei manuali strategici che riportano idee,
nozioni e concetti, punto dopo punto che vanno adattati alle esigenze del
momento, realizzati e rapportati a disparati ambiti e alle svariate esigenze
“opportunistiche”: se sono un manager applico queste “idee” al mio ambiente
lavorativo, se sono un combattente professionista alla mia strategia di
combattimento, se sono un poliziotto e mi occupo di sicurezza le applico alle
mie esigenze di servizio, se c’è in gioco la mia vita le trasformo per
sopravvivere.
Secondo Clausewitz “la guerra reale non si svolge mai
come la guerra modello”, la deviazione dal modello “standardizzato” è
necessaria e inevitabile, l’analisi rigorosa non è imperativa rispetto alla
“modellizzazione” ma rispetto alla “anormalità del contesto” e della
circostanza; il kata come modello non è realisticamente qualcosa di adattabile
e di efficace in rapporto alla corporeità e alla realtà della lotta, invece
l’azione e la trasformazione del gesto modellizato (kata) reso libero (randori)
dal laccio della “forma” si sviluppa nel tempo e nella contestualità fino a
divenire un “processo” in continuo e perenne evoluzione, non visibile concretamente
ma riscontrabile nella sua completa efficacia del risultato oggettivo:”chi
sa far muovere l’avversario lo costringe ad adattarsi alla propria
disposizione, e gli offre qualcosa che non può non prendere (Sun Tzu).
Il mito della forma
Se vogliamo pensare al rapporto tra efficacia e forma
bisogna prima di tutto stabilire che questi due termini sono delle modalità per
descrivere concetti decisamente sbilanciati tra loro che difficilmente possono
andare d’accordo.
La materia, infatti, esprime la possibilità di acquisire una
forma come modello strategico- progettuale in opera nella realtà: perché si
realizzi questo passaggio per cui ciò che è possibile diventi reale, occorre
che ci sia già una forma in atto(kata), partendo da questo modello si sviluppa
“l’agire” e l’efficacia del procedere verso una realizzazione adeguata alla
circostanza: per circostanza intendo come la “famosa nebbia di Austerlitz” dove
le truppe russe e austriache, coalizzate contro Napoleone, sicure del loro
piano perfetto, credendo di avere oramai in tasca la vittoria e non potendo
prevedere che l’indomani le “circostanze”(dettate dalla nebbia), le avrebbero
fossilizzate da un piano teoricamente perfetto(modellizzato), vennero attaccati
e sconfitte senza neppure rendersi conto di quanto stava avvenendo.
I kata, a mio parere, trasmettono un messaggio che tuttavia
non possiamo assolutizzare in quanto non esiste nessun combattimento scontato e
modellizzato: sappiamo benissimo che se combattiamo contro dieci persone
diverse nessuno di questi dieci incontri risulterà uguale, allora l’incoerenza
di determinare a priori la tecnica da usare nel combattimento non può che
essere un’ingessatura per il praticante che in quella fase sarà incapace di
distinguere la modellizzazione dalla applicazione reale.
Il kata invece, visto come modello di strategia da adottare
per autoformarsi e preparasi al combattimento, è sicuramente un esercizio
fondamentale in quanto costruisce il corpo e la psiche marziale sul piano
strategico-efficiente, occorrerà però in seguito, maturare sul “campo di
battaglia” l’esperienza per adattare il kata alla realtà della lotta: un
generale che ipotizza il migliore dei piani di difesa o d’attacco se è un vero
esperto sa benissimo che questo suo piano andrà adattato sul campo e che molti
saranno i fattori che concorreranno alla riuscita del piano, quali la
motivazione delle truppe, il loro valore di combattenti, la capacità di
sopportazione alla fatica e al dolore,la stima la fiducia che hanno i soldati
nei confronti del loro comandante, l’ambiente, il clima e tantissime altri
varianti; una cosa certa: il generale ha cognizione che ciò che influirà il
meno possibile sarà senz’altro la “forma prefissata”.
Avere kata
Quando insegno tecniche operative agli appartenenti alle
forze dell’ordine mi rendo conto che molti di questi operatori non hanno la
minima idea di come procedere per evitare di sbagliare il loro obiettivo: in
questo caso io dico “non hanno kata”, infatti molti, il più delle volte, sono
sprovvisti di un piano di intervento, un progetto modello su come agire, il
comportamento è scoordinato rispetto all’esigenza dell’azione che richiederebbe
“efficacia” e per tale motivo falliscono.
In altri casi lavorando con altri appartenenti ai corpi
speciali di polizia, invece registro che la loro azione è efficace perché
partono da un vissuto di esperienze personali o trasmesse da altri colleghi ma
portate a conoscenza di tutto il gruppo per poter affrontare al meglio
situazioni altamente stressanti e a rischio.
In questo caso, anche se inconsapevolmente, questi agenti
speciali “hanno kata”, cioè hanno, attraverso spunti, casi veri e esperienze
dirette, codificato il loro kata.
In tal senso quando si insegna a questo genere di soldati
non c’è neppure bisogno di spiegare loro cos’è un kata, pur non praticando un
arte marziale sanno benissimo che si tratta di un “piano, modello” che serve
per stabilire un protocollo di lavoro utile a trasferire, a chi non ha potuto
ancora fare esperienza diretta su campo, nozioni e competenze acquisite a volte
al prezzo della vita, pertanto comprendono chiaramente la nozione “kata”.
I kata classici si sono formati attraverso stratificazioni
di ripetizioni e regole largamente collaudate, tramandando idee ortodosse ma al
tempo stesso anche innovatrici che hanno generato preamboli marziali sfociati
poi in veri e propri stili (Ryu) o correnti (Ha).
Queste spinte iniziatrici hanno sempre dato luogo a contese
sul reale valore di tali “esercizi” ma allo stesso tempo hanno temperato e
fatto maturare nel corso degli anni le meditate capacità dei proseliti di far
progressi mantenendo pur sempre le radici nella tradizione delle conoscenze
marziali.
Simili sistemi possedevano nel loro intento iniziale lo
scopo di sviluppare capacità di fare fronte a pericoli veri ai quali l’uomo si
è sempre trovato esposto, tuttavia l’uomo si evolve e con lui tutto il mondo
che lo circonda, allora i sistemi “iniziatici” e l’uomo stesso sono forzati a
sostenere processi molto più complessi e intensi che esigono estensioni che
possono arrivare solo attraverso l’ energica e ascetica pratica.
L’adepto attraverso le proprie energie lotta, per mezzo
dello studio fisico e metafisico del
kata, con la radice dell’esercizio
marziale che genera l’arte stessa in
giapponese Hontai (corpo vitale, essenziale ).
Il Maestro Funakoshi scriveva:”i tempi cambiano , il
mondo cambia, ed ovviamente anche le arti marziali
debbono cambiare”:
L’addestramento al Kata è un “microcosmo” che alimenta il
“cosmo bunkai”,complessivamente celebrano
la rinnovata volontà di
una memoria tradizionalista e guerriera
che si regge sullo sforzo fatto da ogni
praticante nel perfezionare, con
l’apporto di esperienze personali,
un’arte che è in perenne mutamento e che, a mio avviso, non potrà mai finire.
Ciro Varone
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