Radici: cioè che serve per nutrire la nostra pratica

Radici. Nel karate negli ultimi decenni siamo stati testimoni di grandi cambiamenti che hanno creato spaccature insanabili tra le diverse correnti di pensiero. Quale di queste correnti sia nel giusto non ci è dato sapere, il futuro darà la risposta ai nostri quesiti, una cosa certa è che il “Do marziale” è tale solo quando la coscienza di chi lo percorre è nella “verità”: una dimensione che non si estende al solo profitto, ai vantaggi e alle lusinghe, ma che va oltre, al di là degli aspetti formali, commerciali e mutualistici personali, fino a dilatare i suoi stessi limiti e confini, per tale motivo viene definita “arte”.
L’errore che a volte si commette nella pratica del karate è quello di puntare esclusivamente alle tecniche corporee, ciò che conta è apprendere più waza e kata possibili, poco importa quanto essi siano comprese nella loro essenza, l’importante è conoscerne tante e farne sempre di nuove, in modo di poterle “rivendere” in altri ambiti. In questo modo affrontiamo la pratica del karate nel modo sbagliato, cioè apprendiano attraverso il filtro delle nostre convizioni e paure radicato noi stessi, senza rendersi conto che prima dovremmo liberarci dai nostri limiti e poi, forse, comprenderemo cosa sia realmente il karate.
Per tale motivo ci sono due momenti importanti nella formazione di un karateka: il primo è il livello di principiante, il secondo quello di esperto. Per il principiante esistono molte possibilità di applicare ciò che impara, per l’esperto una sola. Sempre più spesso accade che molti non riescono a superare la prima fase poichè la loro pratica non è genuina ma è fine a se stessa, in tal senso una profonda comprensione diventa impossibile. La scuola che insegna il “Do Marziale” non è come una DVD dove a nostro piacimento possiamo mandare avanti, indietro o fermare il filmato, una volta intrapreso il cammino il vero adepto del budo non può tornare indietro, pena la perdita della sua autostima, in questo senso l’emblema della cintura nera segna, per ogni praticante, un punto di partenza ma anche il punto di non ritorno.
Ci sono molti modi per praticare un’arte marziale, tuttavia ne esiste solo uno corretto: l’allenamento e l’umiltà a volere apprendere fino in fondo ciò che il nostro maestro ci vuole insegnare, per fare questo noi esseri umani dobbiamo “uccidere il nostro ego” e, metaforicamente, seppelirlo nel giardino della nostra ignoranza; quando ciò non avviene l’allenamento diventa per noi nefasto, esso distorce la nostra personalità e, invece di renderci migliori, ci contanima ancora di più e ci trasforma in esseri saccenti che non hanno più nulla da imparare ma che, anzi, possiedono la verità assoluta, tutto ciò genererà continui problemi a noi stessi e a quanti ci stanno vicini, il karate diventerà inservibile per noi e controproducente per l’intera comunità. Capita così, dopo tanti anni di sacrifci, che, anche il più umile e onesto dei praticanti, si chieda se è valsa la pena di tanta abnegazione: la risposta è dentro ognuno di noi, guardandoci dentro possiamo osservarci quando eravamo principianti e chiderci ...se ancora lo siamo e se ciò che abbiamo fatto sia veramente servito a “pulirci dentro?”.

Ciro Varone


KARATE DOJO TAKAHASHI
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