I segreti nascosti dei Kata


Prima del periodo Meiji la pratica del karate e delle arti marziali in generale era particolarmente segreta.

Il karate, poiché veniva considerato una tecnica micidiale, fu la disciplina che più di tutte le altre seppe, a ragion veduta,"occultare" le tecniche di difesa che per la maggiore si trovavano racchiuse negli antichi kata okinawensi.

Il divieto si estendeva, oltre a mostrare e insegnare fisicamente i kata, anche al solo parlarne o esprimerne per iscritto.

Il maestro Gichin Funakoshi scrisse: ".anche quando io e i miei colleghi eravamo bambini, tutto quello che riguardava il karate era mantenuto strettamente nascosto"( dal libro karatedo Nymon).

Un giorno il maestro Funakoshi fu invitato a tornare ad okinawa  perché un anziano maestro, prima di morire, voleva trasmettergli i segreti di un suo particolare kata.

Funakoshi scelse a tale scopo il suo terzo figlio Giko è lo inviò sull'isola ad apprendere i segreti di questo anziano maestro.

Terminato l'insegnamento l'anziano disse al giovane Giko "ora posso morire in pace".

L'attempato maestro raccontò al giovane Funakoshi che forzato dalle continue pressioni di un altro praticante dovette insegnare anche a costui il suo kata, ma il maestro alterò la struttura e le tecniche cruciali del kata, facendo in modo che questo non potesse carpirne i segreti.

Il vecchio maestro disse " se mai verranno sollevati dubbi su questo kata di a tuo padre che la versione che ho insegnato a te è quella giusta".

Nel suo libro Gichin Funakoshi scrive: ".ciò aiuta a comprendere perché esistono tante differenti variazioni di quello che ognuno era un singolo kata"(dal libro karate Nymon).

Per questi e per altri motivi molti maestri, con il timore che preziose informazioni cadessero in mani sbagliate, rafforzarono ancora di più il concetto di omote e ura, nozioni già presenti nella cultura giapponese ma disposte appositamente nel karate con la funzione di filtrare la trasmissione della tecnica marziale al fine di non alienarla all'ultimo arrivato.

In Giapponese le due parole hanno un significato particolare: "omote" indica "volto, facciata esteriore", e "ura" mente,cuore, la parte nascosta.

In una considerazione sul saluto giapponese Roland Barthes si domanda sulla ritualità e sul significato dell'inchino, che trova essere rivolto troppo verso il basso per essere indirizzato ad un'altra persona si sbaglia pensandolo un segno vuoto poiché la parte che si intende mostrare nel saluto non è il volto ma bensì la nuca il dietro, la mente, il cuore (ura).

L'arte marziale affronta questo problema attraverso l'esperienza di pratica.

Solo per mezzo della competenza si "dissolve" la dualità dell'ura e dell'omote e con l'avvenuta fusione delle due facciate si ritorna alla radice marziale originale comprendendo la vastità dell'arte praticata.


KARATE DOJO TAKAHASHI
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