I sofisti del karate


Quando si parla di karate occorre sempre tenere presente che nello scorrere degli anni ha perso l’assolutismo rivolto all’essenza della lotta e ha acquisito altri aspetti come: forma di ginnastica, meditazione e gioco-sport.
Tuttavia, l’affinità e l’esteriorità ingannano a volte anche i più esperti praticanti che si lasciano ammaliare “dal canto delle sirene” e dal luccichio delle medaglie che troppo spesso fanno scordare e perdere di vista l’origine e il messaggio ancestrale che ci arriva dalle arti marziali, sia esse orientali che occidentali.

Molti utilizzano il karate solo come “oggetto di scambio”, cioè li allenano in prossimità della gara, per acquisire un grado, oppure si fissano sullo stesso kata o tecnica agonistica per tutta la durata dei loro anni di tirocinio, diventando agli occhi della gente, dei grandi atleti, dei veri specialisti, sono disposti a vendere o comprare un allenamento per poi rivenderlo ad altri senza tramandarne la radice del gesto, questi personalmente li chiamo “sofisti”.
Per me i sofisti cercano lo scollamento con la tradizione e il sovvertimento di alcuni principi fondamentali che potrebbero mettere in discussione le loro mascherate incompetenze, un esempio lampante è insegnare il karate tralasciando di istruire anche sull’educazione racchiusa nella disciplina, sempre più spesso si vedono persone che mentre insegnano si fermano a parlare con gli altri, vanno a bere, lasciano acceso e rispondono al telefono, evitano di fare il saluto, “abbozzano” qualche termine in lingua giapponese e non conoscono la storia, la filosofia (pensiero) e la tradizione di ciò che stanno insegnando.

Il karate ammette l’estetica e lo studio del bello, questo però strida con la nozione “del combattere” che invece ammette la privazione di qualunque orpello che ne devi il risultato: il vero “colpo mortale” nasce dall’intuizione e dall’essenza di pensiero-forma che non deve imprigionare e farsi catturare dall’attenzione e dalla fisicità del gesto: il fluire reale è soggettivo e non può essere giudicato da altri e neppure valutato con dei punteggi.

L’uomo modifica l’arte e l’arte fa l’uomo. Come diceva il Maestro Funakoshi il karate deve mutare e adattarsi ai tempi che passano, tuttavia, il “modificarsi” in questo caso è inteso come “raggiungimento della pienezza”, perciò, perché un’arte possa maturare deve prima essere capita, coltivata e sviluppata estendendo le conoscenze fino a padroneggiarne anche i più piccoli segreti, pertanto il compito e il dovere di modificarne, anche solo un piccolo gesto, spetta solamente ed esclusivamente a quel Maestro (shian) che ha maturato anni di esperienze e studio dell’arte ma non solo accademicamente.

Sempre più spesso si vedono in gare atleti che, forti di una incompetenza arbitrale, apportano modifiche anche significative ad alcuni passaggi dei kata modificandone i contenuti solo con l’obiettivo di impressionare atleticamente i giudici che riconoscendo punteggi alti decretano e autorizzano tali trasformazioni dettate solamente da motivi e modelli di performance sportiva che poco hanno a che fare con l’arte marziale; capita così che dopo qualche anno si producono dei gesti inconsistenti dal punto di vista pratico senza sapere neppure il perché.

Qualsiasi trasformazione o modifica al karate, a mio avviso, deve essere pertinente e adatta a ciò per cui il esso è nato, in altre parole: l’esperienza esce dall’assunto scaturito dall’esperienza pratica nata sul “campo di battaglia” dove la congiunzione del concetto di sopravvivenza basato sul duplice valore della fisicità e della spiritualità dominante nella realtà dello scontro per la sopravvivenza, se si rispettano queste prerogative non c’è bisogno di dare spiegazione del perché di un cambiamento in quanto la modifica scaturisce dall’addestramento costante e dall’applicazione dinamica, reale e marziale, allora la “modifica” diventa esaltante, piena di energia pura e potrà essere utile anche a salvare la vita al praticante.

Oggi il karate è una delle discipline da combattimento più diffusa al mondo, ragione per cui nascono molti surrogati che agli occhi dei meno esperti “assomigliano nella confezione esterna (packaging) ” al karate ma ben lungi dal essere il vero karate budo tramandatoci dai grandi Maestri che si sono avvicendati nel corso degli anni.

Il karate racchiude in se la radice di una grande tradizione guerriera che attraverso lo scorrere degli anni è stata prima camuffata, poi trascurata e nel nostro tempo dimenticata; ciò nonostante esistono ancora molti Maestri che difendono, custodiscono e insegnano il karate budo senza cadere nell’errore dell’esaltazione idealista che sempre più spesso, nella stessa misura della mancanza di verve e di spiritualità perduta dalla pratica moderna- sportiva, diventa il riparo di molti “squilibrati di mente” che per mezzo del karate trovano sfogo alle loro manie di onnipotenza.

In questo modo l’uomo si allontana da se stesso e dal concetto di arte del “combattere”, il frazionamento della ambivalenza di “combattere o fuggire” determina la differenza tra congettura e azione, estraneità del corpo e non partecipazione dello spirito, in questo caso il kata, il kihon e il kumite diventano degli esercizi vuoti, privi di realtà e qualsiasi sforzo di farli somigliare al karate budo diventa vano e improduttivo.

Ciro Varone


KARATE DOJO TAKAHASHI
Tel. 347/6954443 Maestro Gianni Vittonatti
E-mail: gianni.vittonatti@karateivrea.it