Timoku (silenzio)




Isaia disse: "La giustizia è coltivata nel silenzio”. Isaia compara la pratica del silenzio col lavoro dell’agricoltore che coltiva la sua terra per avere un buon raccolto.

Ho voluto iniziare con queste frasi prese in prestito dal profeta Isaia, figlio di Amoz, per intraprendere un discorso filosofico sul valore del silenzio e della capacità dello stesso di demolire i pregiudizi presenti in ognuno di noi dati dalla concezione di vita dominante che tutti ci troviamo ad affrontare: preconcetti questi che molto spesso ostacolano la nostra trasformazione spirituale.

Per potere praticare un’arte marziale nel modo corretto bisogna essere in grado di “coltivare il silenzio”: disciplinare il corpo e la mente attraverso il metodo marziale shugyo (austera disciplina) comporta l’accettazione di alcuni punti fondamentali che richiedono grandi trasformazioni, lo smantellamento di convinzioni e congetture del comportamento umano dinnanzi alla nudità del proprio io mal si coniugano con le nostre abitudini di vita e di educazione ricevuta.

La nozione di silenzio, è nelle arti marziali anche in rapporto alla pratica, perseverare in silenzio, soffrire in silenzio, praticare senza scopo e profitto; tutto ciò ci riporta ad una atavica volontà di intellettualizzare anche ciò che evidentemente come nel caso della pratica marziale non può essere compiuto.

Partendo dal mokuso del saluto, che contiene un messaggio implicito di “fluttuazione mentale” e di non attaccamento al pensiero, fino ad arrivare al “su” del osu , che indica l’impegno di accettare in silenzio i rigori che la pratica marziale richiede.
L’idea del silenzio mentale e spirituale è la più alta forma di meditazione, sia essa chiamata zen o kata.

In molti dojo i praticanti di karate durante le lezioni parlano con il compagno, negli scambi di applicazioni tecniche, oltre agli attacchi e alle difese, si scambiano anche frasi e sogghigni, atteggiamenti questi che cozzano palesemente con l’ idea di timoku-shin-tai; facendo diventare il dojo una specie di salotto e non un luogo di trasformazione e di crescita spirituale sobrio e inflessibile.

Il silenzio della pratica non è solo nel “luogo”, ma è dentro nel praticante: per questo motivo “entrare e uscire” da tale condizione è una forma di pratica spirituale che richiede molto allenamento. La sacralità del silenzio è realisticamente legata alla capacità del praticare intimamente qualcosa di molto profondo che trascende dalla mera tecnica corporea, calarsi in questa dimensione profonda e matura rappresenta il livello più avanzato della pratica.

La trasformazione da neofita a esperto richiede grandi cambiamenti interiori, questa metamorfosi conduce ad una dimensione alla quale non tutti possono accedere, l’ atteggiamento abitudinario chiassoso e rimbombante della vita moderna che enfatizza l’esteriorità e la parzialità del sapersi ascoltare, turba in maniera inquietante la nostra psiche privandoci di progredire e di elevarci verso una nuova dimensione spirituale.
Il confine è estremamente sottile ma molto dissimile, imparare a praticare in silenzio riproduce una transizione sacralizzata del divenire, presupposto al quale tutti gli adepti tendono.

Ciro Varone


KARATE DOJO TAKAHASHI
Tel. 347/6954443 Maestro Gianni Vittonatti
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