
Karate: tradizione versus modernità
Sin dal diciassettesimo secolo
ad Okinawa si cercò di istituire un metodo di insegnamento per allenare gli
adepti al karate; uno dei primi a farlo fu il Maestro Sakugawa che utilizzando
le sue approfondite conoscenze sulle tecniche del budo classico, frutto anche
delle proprie esperienze di vita e di lavoro, “strutturò” il to-de e la sua
metodologia di allenamento come se fosse parte integrante del budo
giapponese.
Di seguito altri continuarono
su questa strada, uno dei più importanti innovatori fu proprio il suo allievo
Sokon Matsumura che sulle basi di lavoro del proprio maestro pose ulteriori
indicazioni e miglioramenti, lo stesso fece il Maestro Anko Itosu, allievo di
Matsumura, che contribuì alla divulgazione e alla scoperta di nuovi metodi
d’insegnamento rivolto ai bambini; di seguito, il Maestro Funakoshi, seguì la
strada dei suoi due maestri Azato e Itosu, di conseguenza possiamo elencare una catena di altri
maestri che con il loro contributo arricchirono l’attuale karate.
Certo è che tutti questi
maestri avevano in comune un “filo conduttore”: nella loro trasmissione
esisteva una “tradizione” in giapponese “ I shin den shin”, da cuore a
cuore, sapevano trasmettere
sapientemente ai loro discepoli, che riconoscevano in loro una guida non solo
tecnica ma anche spirituale, una tradizione marziale “Den” senza la quale non
poteva esistere il vero passaggio
dell’arte, ma solo un “duplicato” di alcuni gesti senza valore marziale che non esortano alla pratica per
tutta la vita, mentre invece per divenirne padroni bisogna praticarla per tutta
la vita, “Karate no shugyo wa issho de aru”.
Oggi le cose sono molto cambiate: da un lato abbiamo
chi mescola la tradizione, la cultura, la religione e a volte anche la
manipolazione delle menti per arrivare ai loro loschi scopi, dall’altra parte
troviamo semplici allenatori di gesti sportivi che addestrano aridamente persone a portare
calci e pugni senza nessuna consapevolezza di quanto stiano
trasmettendo, così diventa opinione comune di molti praticanti pensare che il
raggiungimento dell’obiettivo tecnico indichi pure il livello di maestria del
budo: nel budo il vuoto (ku), che viene bramato per molti anni dall’assidua
pratica, non può fermarsi all’esclusiva illusione tecnica, poiché lo stesso
“vuoto” deve ancora evolversi per divenire forma visibile (shiki), una volta
raggiunto anche questo livello di “forma visibile” il cammino è ancora lungo, dato che la forma visibile,
misurabile, deve di nuovo trasformarsi in “senza forma”, l’ immenso vuoto, dove tutto è percepito
senza intenzione e scopo, detto anche il “vuoto dell’origine” questo è il vero
obiettivo finale della pratica marziale (kara-te, mano-vuota), il nono precetto
del M° Funakoshi dice: “il karate è una ricerca che dura tutta la vita”.
Quando nella pratica di un’arte
marziale vengono meno questi fondamenti l’arte viene declassata in “mestiere”, allora molti la praticano come
appunto fosse un lavoro, una semplice professione dove ripiegarsi per riscattarsi
da una vita altrimenti insignificante.
La pratica possiede la capacità di “emozionarci”, attraverso il “ki”
dovrebbe farci scoprire ciò che siamo realmente, soprattutto dovrebbe
darci la dimensione e l’essenza di ciò
che facciamo, cosa che molto spesso non accade nella pratica votata alla
performance, la forte emozione di un kata o un kumite ben “centrato” con il
nostro shin e hara è la più alta
cognizione di questa manifestazione, il “vedersi dentro” è una profondità che chi ha avuto la fortuna di
percepire ne resterà ammaliato per il tutto il resto dei suoi giorni, questa
dimensione la si può raggiungere esclusivamente attraverso una pratica seria,
assidua e matura, una ricerca introspettiva che ci stacca dalla realtà
intellettuale e ci pone “nudi” innanzi
al nostro “io” e all’arte che vogliamo padroneggiare, la parola giapponese du
mo gen (non c’è mai fine
all’apprendimento) descrive in maniera inequivocabile con quale spirito ci si deve predisporre alla pratica del
karatedo.
Ciro Varone
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