
I trappisti del karate
E’ noto che i raduni (impropriamente chiamati stage) nelle
organizzazioni di karate sono oramai cosa frequente e,
a mio avviso anche poco utili, se non per divenire “vetrina” per i docenti e
momento di scambio di quattro sciocche battute tra i convenuti.
Allora, molti organizzano appunto questi “stage” dove ti
ritrovi in trecento dentro una palazzetto che ne potrebbe ospitare
centocinquanta: da lontano intravedi la figura del maestro che impartisce
comandi che, coperti dal frastuono dei piedi e dei “sogghigni” dei soliti
brontoloni di turno che non riescono a tenere
la bocca chiusa neppure quando si allenano, e a scollarsi di dosso la “veste di
maestro”: questi, per giustificare il fatto che non hanno capito cosa devono
eseguire finiscono molto spesso col creare un “mini stage personale” di loro interpretazione all’interno
dello stesso stage, dove per questi
motivi, si riesce a mala pena a sentire la voce del docente e spesso ti ritrovi con
un piede nella schiena dell’incauto collega posto dietro di te che
ha preso male le misure e guardandoti anche un “poco storto” di abbozza un
“oss” con sguardo letale, della serie: “ se non ti muovi non è colpa mia”.
L’obiettivo di tale evento, a mio avviso, ha poco di “formante” anzi sembra che
l’intento sia solo quello di raccattare più iscritti (soldi) possibili e
poco conta che i partecipanti “assimilino” veramente qualcosa di utile,
l’impersonalità di tali momenti di “pratica” altro non fa che disincantare
anche gli “ultimi ostinati e appassionati partecipanti” che naturalmente col
passare del tempo e delle continue negligenze da parte degli organizzatori
diverranno sempre meno.
Capita così che molti tecnici, in mancanza di stimoli, si chiudono nel loro dojo e si
comportano come i monaci trappisti i quali privilegiano la vita contemplativa,
si dedicano a un mestiere e
studiano, osservano il silenzio e cercano di stare “lontano dalla vita mondana
e dai riflettori”, peccato che col tempo tutto ciò porta ad un inevitabile
appiattimento delle motivazioni che invece sono vitali per ogni insegnante che
vuole trasferire ai discenti la passione dell’arte che pratica.
L’obiettivo degli stage collettivi invece dovrebbe essere quello di riappropriarsi di una
“eccellenza collettiva” che ponga i partecipanti in una condizione di
“esercizio, istruzione e cultura” che sia da stimolo per altre ricerche e
perfezionamenti, che ponga tutti in condizione di comprendere ciò che gli viene
proposto e che la funga da magistero per generare sempre nuovi traguardi
personali e comuni.
Questo genere di attività mi piacerebbe fosse chiamata “gruppo di studio” in quanto, penso che è
solo attraverso un gruppo di studio una squadra, naturalmente guidata dalla
persona (sensei) più esperta e capace, si possa veramente “progredire” e
accrescere le capacità tecniche, umane e marziali e non chiudendosi in una
“vita ascetica e senza confronto”.
CiroVarone
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